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Lettera ad uno stalker prima che uccida la sua donna

StalkerCaro Stalker,

permettimi di chiamarti così. Sono quasi sicura che tu rifiuterai questo appellativo perché non ti senti stalker, allo stesso modo dei violenti che non accettano di essere riconosciuti come tali, e gli assassini che rimuovono la loro ferocia quasi appartenesse ad altro da sé. Tuttavia da qualcosa bisogna partire per cominciare a parlare, ed io parto da qui. Sempre pronta a ricredermi però. Anche perché la decisione finale tra essere o non essere uno stalker è la tua.

 Sgomberando il campo dagli squilibrati che immaginano possibili storie con donne virtuali, nel senso che

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“LICENZIARE”, MAGICA PAROLA

che scarica di adrenalina nel dirla!

Licenziamenti-facili

C’entrerà la libidine che in tempi di magra può essere cercata in gesti autolesionisti, come il frustrato della gag che comprava le scarpe di una misura più piccola per poter godere la sera del sollievo e piacere di massaggiarsi i piedi doloranti. Sceglieva di farsi del male non avendo null’altro, come ora poco o nulla hanno tanti giovani e vecchi italiani indotti a prendersela con quelli che le scarpe ce l’hanno della giusta misura.

Una guerra di poveri contro poveri
La guerra poveri contro poveri non riesco a tollerarla. Istigata da ruoli istituzionali per alzare una coltre di fumo su tutto quello che non va in Italia, e riproposta, moltiplicata, divulgata da alcuni media resi strumento politico per ottenere consensi sul dissenso di chi con ce la fa più a campare in questo paese in crisi.

È la Comunicazione bellezza!
L’art. 18, la manifestazione degli operai delle Acciaierie di Terni, i vigili assenti a capodanno, tutto può essere strumentalizzato a favore delle manovre per cambiare il paese verso il peggio. È la Comunicazione, che ancora non resa simmetrica divulga idee precostituite di una classe che esprime volontà di interessi economici egoistici quanto apicali, quindi molto ad di sopra degli interessi della classe più bisognosa di veri cambiamenti.

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Lo Scalpo

totem_resIl trofeo finale da portare in offerta alle divinità non causava la morte di chi subiva il doloroso asporto, ma privava il soggetto di orgoglio, energia vitale, lo poneva nella condizione di perdente.

La sottrazione del suo cuoio capelluto era il rito propiziatorio dovuto a beneficio della fertilità dei campi e delle donne secondo la concezione arcaica che si debba partire dal dolore e l’infelicità per seminare nuovi frutti. Chi insiste sulla cancellazione dell’articolo 18 si dovrebbe chiedere quante compromissioni ideologiche, legami con l’antropologia tribale e desiderio di mostrare muscoli, abbia questa ostinazione.

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FUGA DALL’ITALIA

MonsantoAddio

La potente multinazionale se ne va tra il tripudio degli ecologisti.
Una serie di decisi “no” agli ogm da parte della società civile, con istituzioni, tv, stampa e associazioni ambientaliste ha determinato questa fuga dall’Italia di cui andare fieri

A chi dire bravo per il risultato agostano che fa uscire gli organismi geneticamente modificati dai nostri confini? Come sempre quando il risultato è certo e di grande rilevanza non è a un solo soggetto che se ne può attribuire il merito. Siamo stati bravissimi noi italiani di diversa estrazione, cultura, idealità politica, funzione, a portare a compimento il risultato; perché se di Dna si tratta, è quello insito nelle nostre cellule che ci spinge a rifiutare quell’insulto alla natura che è il sistema Ogm.
A partire dalla clausola di salvaguardia direttiva 2001/18/CE  e dal successivo decreto presidenziale 8 luglio 2003, n. 224, seguito dal decreto interministeriale del luglio 2013 , la storia di questa vittoria è lunga, complessa e combattuta. La Regione Friuli Venezia Giulia ha avuto il ruolo di apripista nel bene e nel male. Ma dopo che il signor Fidenato, con una buona dose di arroganza, ha coltivato il mais Ogm 810, e poi lo ha di nuovo seminato, nonostante le sentenze contrarie del Tar Lazio il 24. 04. 2014 e del Consiglio di Stato il 12 giugno 2014, il territorio del Friuli è riconosciuto libero dal mais geneticamente modificato.

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Schifezze d’uomini. Numeri 71 per la smorfia

stalkingA Napoli  la Smorfia li fa corrispondere al numero 71. Vittorio Feltri sul Giornale li definisce “schifezze d’uomini”, ed è raro che io condivida così in toto il parere di Feltri. Così al cento per cento è accaduto al tempo della causa contro Enzo Tortora a Napoli, nel 1985, quando lui fu l’unico a storcere il naso e dire che sentiva puzza di imbroglio. Gli altri, non tutti, ma molti dei giornalisti che affollavano il palazzo del Tribunale, festeggiarono a champagne per la sentenza di condanna, e pregarono a mani giunte, prima della lettura della stessa, per il timore di perdere la faccia per come avevano trattato l’inventore di Portobello.

Me lo ricordo Vittorio Feltri, eccome, con quella sua lucida analisi sulla “Domenica del Corriere” in cui spiegava che Tortora gli risultava pure un po’ antipatico, ma nonostante questo non poteva, da giornalista di rango, tacere e non manifestare il disagio che si prova quando si avverte che si sta facendo un torto a qualcuno, fosse anche l’ultimo dei nostri nemici. Rammento Feltri perché mi appresto a fare un discorso sul modo di produrre comunicazione che entra direttamente nella nostra quotidianità.

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