“Moribonda ma non sa di esserlo, entra nella nostra vita
e vuole plasmarla nei più piccoli particolari. Agonizzante
e autoritaria come tutti i regimi. Vecchia e dispotica,
mentre potrebbe essere giovane e attraente”
L’assalto alla diligenza
Il 25 maggio, ormai è un dato certo, si eleggerà il Parlamento europeo più antieuropeo della storia. Sono Grillo, Wilders, Le Pen, e Farage gli oppositori che vanno all’assalto della diligenza, e quando lo si fa il motivo dell’ attacco è quasi sempre inerente al bottino, che chiuso in un forziere o in robuste bisacce di pelle, fa gola ai ribelli. In questo caso parrebbe invece che si intenda intervenire sulla gestione del “tesoro”, che non debba essere più considerato di proprietà esclusiva dei padroni della diligenza ma di chi quel forziere, moneta dopo moneta, lo ha riempito. C’è fermento, eccitazione e contestazione dovunque, in Italia come fuori da essa. Bisogna distinguere però tra tanti gruppi di dissidenti, poiché ognuno è mosso da un motivo, un obiettivo, un’ideologia, o un’idea di mondo civile che spesso è contrapposta o incompatibile con i programmi di uno o più gruppi.
Perché tanta avversione per l’UE?
Enzensberger la osserva come una farfalla rara. L’Europa dunque è simbolo di leggiadria e giovinezza? Macché la descrizione è quella di un insetto degenerato e reso mostro. Quasi una creatura OGM che all’interno ha i dettami di chi vuol governare il mondo rendendolo schiavo di bisogni inventati o formule di vita plastificata.
Due presumibili motivi per il vantaggio di Grillo
Da noi chi ha ormai assicurato il secondo posto tra i partiti italiani, ma ha pure un’alta percentuale in termini di probabilità di sbancare, è il movimento di Beppe Grillo; per due precisi motivi: primo perché i sondaggi lo danno con 27,4 contro i 32,1 del PD di Renzi nonostante gli 80 euro in distribuzione ai lavoratori con busta paga, e contro Forza Italia al 17,5.
Il secondo motivo, non irrilevante, del pronostico su M5S è dovuto al fatto che gli elettori M5S non amano i sondaggi (più precisamente non amano essere soggetti fornitori di dati da sondaggio) per cui in genere o non rispondono o riferiscono una scelta diversa da quella reale, e ci si divertono pure in attesa della “improvvisata finale”. Sorpresa elettorale che piacerebbe a tutti quelli che, attualmente in gara per l’Europa, hanno però previsioni più veritiere perché i loro elettori sono meno zuzzurelloni dei simpatizzanti grillini. Infatti, secondo l’istituto Ixè che fa ricerche per Agorà (Rai3), ad oggi risulta che al di sotto dei primi tre già citati, il Nuovo Centrodestra-Udc-Ppe si attesta al 5,1 per cento, la Lega Nord al 5 per cento, L’altra Europa con Tsipras al 4,1%, Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale con il 3,8%.
Odio per l’opulenza
Essendo così diversi tra loro qual è il comune denominatore tra i partiti che rifiutano l’Unione Europea? In base a quanto risulta da analisi più volte pubblicate, l’aspetto intollerabile è l’opulenza di una élite che impone la globalizzazione al tessuto sociale più vulnerabile e precario, lasciando permeare senza difesa tutti gli aspetti negativi della condivisione globalizzata dell’esistente. Tuttavia asserragliata dentro un castello di bengodi arroccato nel centro d’ Europa, non solo non capisce la sofferenza della gente comune nella sempre più triste quotidianità, ma cresce in sprechi, privilegi, e imposizioni inutili quanto irritanti. Dilapida cioè in maniera inversamente proporzionale alla miseria e ignora la disperazione dei cosiddetti “concittadini d’Europa” che concittadini non si sentono affatto, semmai orfani di un padre poco autorevole (lo Stato italiano) che ha sposato una matrigna esosa e piena di orpelli. Una che si preoccupa di laccarsi le unghie di un colore consono all’abbigliamento del giorno, e spreca denaro mentre il resto della gente si arrabatta per unire la colazione con la cena, saltando direttamente il pranzo.
In Europa tutti, a partire dall’estrema sinistra di Syriza in Grecia all’estrema destra di Jobbik in Ungheria, dai conservatori nazionalisti di Legge e Giustizia in Polonia al Fronte Nazionale di Marie Le Pen in Francia, dal partito Libertà Olandese ai Pirati Internazionali (PPI) che qui in Italia sostengono la Lista Tsipras, sono contrari o fortemente refrattari alle ingerenze nelle scelte degli stati membri e nelle imposizioni di tasse e sacrifici. In questo sono equiparabili ai Tea Party (Taxed Enough Already), Movimento di protesta tuttora esistente contro Barack Obama (per la legge di stabilizzazione economica di emergenza del 2008, e per la riforma sanitaria) nato nel 1773 dai coloni del Nord America contro le tasse inglesi (Boston Tea Party).
Sindrome del cuculo
Per il resto, ben lontani dal formare un unico blocco, questi partiti hanno elettori molto preoccupati per la migrazione che, poco disciplinata, giunge nei paesi membri ad occupare – secondo i più – elementi concreti come spazi: case, posti di lavoro, inserimenti all’asilo nido; o fattori astratti e immateriali: come principi etici, sentimenti religiosi, diritti all’esercizio della libertà nelle scelte morali; regressioni culturali, limiti alla emancipazione e integrità fisica di donne e bambine, integralismo intellettuale, ecc. Io definisco questa voglia di respingimento “Sindrome del cuculo” per l’abitudine che ha, la femmina di tale volatile, di deporre un solo uovo in ogni nido da aprile in poi per un totale di circa 15-20 volte, in attesa di veder occupare definitivamente il nido quando, alla schiusa, il piccolo del cuculo si sbarazza delle altre uova presenti nel nido proponendosi come l’unico ospite. Gli uccelli ospitanti cadono in inganno e divengono genitori adottivi perché iniziano a nutrire il cuculo come se fosse un proprio figlio.
Maledetta Europa
Così elevato è il disappunto nei confronti dell’Europa dei burocrati che Hans Magnus Enzensberger da intellettuale di riferimento dei sessantottini emerge con considerazioni di tipo opposto con il suo durissimo pamphlet “Sanftes Monster Brüssel” (Bruxelles: un mostro soft)” che apre discussioni animose in Germania tra chi è favore o contro l’Europa e inasprisce gli animi parimenti al libro “Indignez vous“(Pour une insurrection pacifique) di Stéphane Hessel, testo di 20 pagine dell’autore 95enne, scrittore e diplomatico francese, passato nel febbraio 2013 a miglior vita, che ha dato inizio nel 2011 al movimento giovanile degli “indignados”.
Secondo Enzensberger la burocrazia di Bruxelles è un mostro che sta instaurando un regime autoritario, insostenibile e inviso alla gente d’Europa, per cui l’interventismo dei burocrati va frenato e ridotto solo a quei casi in cui le Direttive “apportino valore aggiunto ai paesi membri”. Il libello dello scrittore tedesco, ormai conosciutissimo e apprezzato dagli scettici dell’Europa viene commentato sulla stampa di ogni paese dell’Unione, e in Italia anche in spazi di satira spinta come nel blog di Dagospia che con compiacimento pubblica Europa de che?, paragona Enzensberger a Ida Magli e cita i passi salienti del pamphlet in cui il tedesco consiglia agli antropologi, piuttosto che andare ai Tropici, di visitare a Bruxelles la nuova specie umana fatta di sherpa poliglotti e impiegati impeccabili dediti Potere fine a se stesso.
Il Pensiero unico di Eurolandia
l’81enne Enzensberger è più che sdegnato contro la politica autoritaria e autoreferenziale dei burocrati di Bruxelles o dei banchieri centrali di Francoforte per “L’incapacità di accettare critiche al sistema” desumendone che “il pensiero a senso unico è tossico, distruttivo, un veleno che il Mostro sta iniettando nelle vene d’Europa”. Osserva il “Mostro” da tutti i lati. Ora lo paragona a un insetto, ora ad un virus o a “una persona moribonda che non sa di esserlo” che vive nei grattacieli anonimi ed ha come unico scopo nella vita, oltre alla detenzione di un abominevole potere, quello di spegnere ogni senso civico, ogni traccia di autonomia nei cittadini”. In poche parole questo moribondo con un piede nella fossa, esercita il potere “come hanno sempre fatto i regimi autoritari (di destra come di sinistra)” e ancor peggio punta “alla omogeneizzazione culturale del Vecchio Continente”. Molto attrezzato per questo spregevole scopo il “Mostro” nelle sedi di Bruxelles, Strasburgo o Francoforte si avvale del lavoro “di un esercito di 40 mila impiegati” che costano pesanti sacrifici ai cittadini degli stati membri, pari, ogni anno, al 10 per cento del budget dell’Unione europea (dagli 8 agli 11 miliardi di euro). Così le regole inutili della burocrazia europea, “scritte con il filo spinato e con linguaggio astruso”, sono ricusate da chi – leggendole – è portato ad avere seri dubbi sull’intelligenza di chi le inventa, mettono di malumore – ma potrebbero anche far ridere se non costassero tanto – i cittadini di Eurolandia quando definiscono la curvatura massima dei cetrioli, i colori di fagioli e meloni. Ma è ancor peggio se tali regole non sono inutili ma indisponenti e dannose. E’ il caso per noi italiani con il culto della buona alimentazione quando diminuisce la percentuale di arance per denominare le bevande “aranciata”, o si ammette il surrogato sulle diciture che riguardano il cioccolato, o si determina, come unica informazione, la “provenienza europea” quanto anonima delle olive per l’olio extravergine. Il danno in questi casi si misura in perdite di posti di lavoro e qualità inferiore non rintracciabile dei prodotti in vendita.
Hans Magnus Enzensberger chiarisce i motivi del suo attacco alla burocrazie europea con queste parole: “Sono cresciuto tra le macerie della Germania Anno Zero… Mai vista tanta pace in Europa (…) E c’è la libertà di viaggiare senza dogane e frontiere … Eppure, non era questa la Ue il sogno in cui la sinistra tedesca, dai tempi di Willy Brandt, ha creduto.
Ma allora qual è l’Europa che la gente vorrebbe?
Wanda Montanelli

Un’ Europa con un progetto per dare risposte a chi è stato per troppo tempo fiducioso nelle possibilità dell’Unione che invece ha deluso perché si limita emettere conti, sanzioni e direttive. Così è un’ Europa sen’anima che divide e mette in seria crisi i principi per cui è nata. . Non guasterebbe una cura snellente sulle spese eccessive, un’autocritica per il pesante interventismo sugli stati membri. Però l’Europa la fa chi è eletto per andar lì a impegnarsi, non a scaldare la sedia. Vorrei vedere i risultati dei parlamentari nostrani che non hanno fino ad ora brillato per efficienza. Confido nei prossimi, visto il clima di cambiamento.
L’astensione alle elezioni europee si avvicina al 40 per cento in quanto non c’è più fiducia in niente. Mi dite un buon motivo per andare a votare?
Il problema principale è che la moneta unica non ha risolto il deficit di coesione tra i popoli d’Europa, anzi è stato un colossale fallimento. Naturalmente ci sono i difensori dell’Euro, ma essi stanno piuttosto nei piani alti della costruzione europea, in basso ed al centro c’è un sentimento di vuoto di potere economico, passato dai governi alle banche. E’ ormai un’evidenza.
Il liberismo va contro la dignità nel lavoro e si perdono i diritti a favore dl precariato. La moneta unica andava valutata e ponderata nel cambio, per cui bene hanno fatto gli inglesi che ne son rimasti fuori. Mai in Italia dal dopoguerra in poi c’è stata tanta precarietà, disoccupazione e buio all’orizzonte. In Europa il 25 maggio vincerà chi si ribella a tutto questo. Chi non vota non sceglie.E’ meglio invece andare alle urne scegliere i movimenti anti-euro.
Vorrei fare un piccolo e banale intervento,come mai un personaggio dalla cultura cosi “fragile/qualunquista” come Salvini-Lega ,deputato del P Europeo e denominato “fannullone” per le assenze che faceva,adesso e’ uno dei nemici più’ feroci dell’euro? Ma cosa ha fatto in tutti questi anni che ,con i nostri soldi,poteva cambiare in meglio il Parlamento Europeo le cose che non vanno ? E adesso chiede ancora voti per distruggere quello che non ha mai fatto? Queste elezioni devono essere votate più’ di prima ,e il voto deve andare a chi ha le idee chiare e non a chi vuole solo distruggere..o andare in Europa x trovare la birra più’ buona e farsi tante sbronze…
Giuly scrive cose più che condivisibili. Salvini rincorre Grillo ma sa bene che molti elettori della Lega sono nauseati da ciò che hanno fatto dopo avere strillato contro Roma ladrona per anni, e da ciò che non hanno fatto perchè hanno perso l’occasione di agire per il bene del paese quando potevano. . Il treno però è ormai passato per la Lega di Salvini e per tanti che si sbracciano come cattivi attori di una farsa troppo vista. Sono altre le forze politiche che sono sul treno in questo giro, per primi il M5S con Grillo che lo conduce dove vuole. Prendiamo atto che è così e attendiamoci la sorpresa finale come dice Wanda.
Annalisa
L’America stampa 85 miliardi al mese, seguendo una terapia che da tre anni fa crescere l’economia con un aumento dell’occupazione di 150.000 posti di lavoro in ogni mese. L’energia americana di Obama è lontana e invidiata da noi che assistiamo all’immobilismo europeo. La sua è una politica dei due tempi che prima si occupa di dare lavoro a tutti, poi con la ricchezza che tornerà ad aumentare penserà a fare le riforme strutturali per ridurre le spese sociali. Se non cambia la politica monetaria in Europa non c’è che un’unica via: tornare all’autonomia e ogni stato deciderà per il meglio per uscire dalla crisi.
E’ indelebile la gogna della lega e iil loro maximum leader a questo punto più idoneo ad attività di mezzadria – più che lui in figlio – in quella valle Pandana volgarmente denominata Padania. Poteva essere segnale di onestà la connotazione primitiva con cui i leghisti si affacciavano all’agone politico, ma l’unico intento che sembra averli sospinti fu quello di mettere le mani nella cassaforte e ben sistemare se stessi in quella Roma ladrona della quale subivano il fascino, parimenti ai ladri che li hanno preceduti, senza nondimeno averne lo stile.
Gli elettori quest’anno incideranno sulla scelta futuro Presidente della commissione europea. Secondo il Trattato di Lisbona, il Parlamento Europeo eleggerà il capo dell’esecutivo, cioé il Presidente della Commissione Europeasulla base di una proposta del Consiglio europeo, prendendo in considerazione le elezioni europee. Sono già candidati Martin Schulz (Pse), Guy Verhofstadt (Alde), Alexis Tsipras (L’altra Europa), José Bove e Ska Keller (Verdi), Jean Claude Juncker (PPE). E determinante il voto anche per rafforzare i partiti che hanno un candidato alla presidenza. Per me tra questi l’unico papabile è Tsipras.
I mercati finanziari oppure i Diritti umani? L’Islanda ha scelto l’opzione 2. Impariamo da loro. Gli islandesi hanno rifiutato di ridursi in stato di schiavitù, si sono ripresi la sovranità e si son resi liberi. Il presidente Olafur Ragnar Grimsson ha lasciato che le Banche fallissero, ha instaurato dei controlli sui cambi e protetto lo stato previdenziale. Ha detto no all’austerità brutale e ora l’Islanda è uscita dalle situazioni che hanno Cipro o Grecia. Consideriamo tali dati di fatto andando a votare.
si raccoglie quello che si è dato e c’e poco da meravigliarsi se cresce il partito dell’astensione o di chi fino all’ultimo si tiene la possibilià di una decisione estemporanea. Alle politiche del 2013 si era clamorosamente sottostimato il Movimento 5 Stelle, allora tutti sanno che oltre il testa a testa di Ms5 e PD che fino qui sembra costante, durante queste due settimane che mancano può succedere di tutto.
USCIRE DALL’EURO NON SIGNIFICA ABBANDONARE LA UE
Ci sono dieci Paesi dell’Unione europea che non fanno parte della moneta unica. La disinformazione, sull’euro, sembra uno dei motivi conduttori di tanti giornali del nostro Paese. Una delle tesi più accreditate – ma totalmente destituita di fondamento – è che se l’Italia dovesse abbandonare l’euro uscirebbe dall’Unione europea. Nulla di più falso!
Chi dice questo fa finta di non sapere che ci sono Paesi che fanno parte dell’Unione europea e che non hanno aderito alla moneta unica perché la consideravano un errore grossolano. Ne citiamo solo tre, perché a noi sembrano i più importanti: Gran Bretagna, Svezia e Finlandia.
Qualcuno pensa che i leader politici e gli abitanti di questi tre Paesi siano stupidi? Se qualcuno lo pensa, si sbaglia. Perché, non entrando nell’euro, questi tre Paesi – che già se la passano bene – continuano ad essere prosperi.
La verità è che le classi dirigenti di questi tre paesi sono veramente tali: sono, cioè, formate da persone di grande preparazione che, in tempi non sospetti – la seconda metà degli anni ’90 del secolo passato – avevano intuito che l’euro avrebbe provocato enormi danni. Hanno avuto ragione. Infatti i loro Paesi sono rimasti ricchi, Mentre l’Italia – che prima dell’euro era la settima potenza industriale del mondo – oggi è con le pezze nel sedere! Questi sono i fatti, nudi e crudi. Inghilterra, Svezia e Finlandia non hanno aderito all’euro perché
intuivano quello che sarebbe successo. L’Italia – erano gli anni di Prodi– non ha capito nulla. Ed è finita in questa trappola monetaria.
Le conseguenze le stanno pagando famiglie e imprese. (Winston Smith, Periodico Un’Idea).
Da N\Euro-fobia, Sinistra in rete:
La crisi è necessaria ed immanente al modo di produzione capitalistico: l’euro è solo l’ultimo di una lunga serie di capri espiatori (agenzie di rating, speculatori senza scrupoli, comportamento delle banche, psicologia dei consumatori ecc.) utile a nascondere la natura della crisi.
ciò ha l’obiettivo di negare che la crisi post-2008 è sistemica : è una crisi di accumulazione di capitale, dovuta alla sovraproduzione di merci e di capitale, originatasi almeno con la fine degli accordi di Bretton Woods (primi anni settanta) e che, nel 2008, ha individuato un momento di necessaria pesante emersione
è innegabile che, come del resto hanno recentemente dichiarato molti tra coloro che parteciparono alla nascita dell’euro dal punto di vista istituzionale, ci furono palesi e reiterate pressioni tedesche nel concludere un’unione monetaria europea, che includesse l’Italia, per far sì che le merci prodotte da capitali italiani perdessero la loro consueta competitività, promettendo in cambio una gestione benefica di tutta l’area cosa che, invece, è stata del tutto disattesa (“Alla Germania servivamo proprio perché deboli”, intervista a Visco, 13/05/2012, ilfattoquotidiano)
se non può esser messo in discussione il fatto che l’adozione dell’euro abbia favorito il capitale tedesco (ma, si badi bene, non la Germania), ridimensionando le prospettive soprattutto dei piccoli e medi capitali dell’Europa (e quindi non l’Italia), d’altra parte appare abbastanza avventuroso sostenere tout court che la soluzione salvifica (per chi?) potrebbe essere quella della fuoriuscita dall’euro ed il ritorno ad una teorica neolira.
il problema va inserito più propriamente in un’ottica di conflittualità del capitale europeo con quello legato al dollaro, di cui la speculazione al ribasso sulla Grecia è stata solamente una delle puntate più sanguinose.
L’esistenza dell’euro ha, di fatto, dato forma diversa al conflitto – entrato ora in una delle fasi più acute – tra il capitale legato al dollaro e quello una volta legato al marco tedesco ed ora all’euro. Le specificità sono chiaramente diverse poiché connaturate ad una fase distinta ma la sostanza resta la contrapposizione tra fratelli nemici legati a valute antagoniste.
La disputa tra euro-fobici e sostenitori della moneta unica europea assume sempre di più la forma di un derby calcistico in cui è necessario sventolare la bandiera dell’una o dell’altra compagine. Lo sfruttamento della classe dominante su quella lavoratrice è di certo mediato dal denaro; ma esso è ciò che sostanzia il modo di produzione capitalistico, indipendentemente dalla valuta adottata. Dunque, se non è di certo la sua forma (euro, lira, peso ecc.) a dettare il rapporto di subordinazione e dipendenza – che invece, come vedremo in seguito, è utile a regolare i rapporti di forza tra i diversi capitali, fratelli aspramente nemici, in una fase di crisi prolungata come quella attuale –, il dibattito che ne è scaturito può giustamente coinvolgere soggetti politici che adottano altri paradigmi scientifici che nulla hanno a che fare con Marx. Pertanto, non è chiaro a quale titolo e con quale scopo dovrebbero essere interessati coloro che vedono nell’analisi dei rapporti di proprietà la chiave di lettura dell’economia politica.
Sul tema aggiungo questo contributo di Domenico Moro,tratto da “Sinistra in rete”che secondo me riassume ottimamente la realtà dei fatti:
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Dietro Juncker niente
Le presunte disponibilità della Merkel sulla flessibilità europea
“Gli ultimi giorni sono stati contrassegnati dall’attivismo dei governi socialdemocratici europei, guidato dalla Francia di Hollande e, in parte, anche dall’Italia di Renzi. Lo scopo di tale attivismo è scambiare l’appoggio alla nomina del popolare Jean-Claude Juncker a Presidente della Commissione Europea con allentamento dell’austerità, in modo da permettere all’Europa di uscire dalla crisi in cui è sprofondata da sette anni. La novità, invece, sarebbe la disponibilità della Merkel ad accogliere queste richieste.
La realtà dei fatti è differente. La Merkel, come sempre, ha riaffermato che i trattati non possono essere rivisti. Ha solo ricordato che i trattati stessi, nella loro configurazione attuale, permettono certi margini di flessibilità. Al di là delle interpretazioni di certi mass media di nuovo non c’è nulla. La presunta flessibilità, che consiste in una dilazione dei tempi di rientro dal deficit eccessivo è stata già impiegata, ad esempio in Francia, senza che ne sia derivato alcun beneficio reale. Inoltre, secondo la Merkel (e su questo sono d’accordo tutti, compresi Renzi e Padoan), la flessibilità bisogna meritarsela, facendo le tanto decantate riforme. Queste non sono altro che controriforme di carattere neoliberista (deregolamentazioni del mercato del lavoro, privatizzazioni, ecc.), come quelle attuate in Italia da circa vent’anni senza alcun risultato positivo.
Sono controriforme che vanno a vantaggio del capitale e penalizzano il lavoro salariato, in tutti i settori, compreso quello fiscale. In Spagna, eretta di recente a modello di virtù europea, il governo ha tagliato le imposte sui profitti dal 30 al 25 per cento, e ha reso meno progressiva l’Irpef riducendo gli scaglioni da sette a cinque e abbassando l’aliquota massima dal 52 al 45 per cento, mentre Bruxelles raccomanda di alzare l’Iva, l’imposta che proporzionalmente pesa di più sui più poveri, per rimettere ordine nei conti pubblici.
Tuttavia, anche se ci fosse un effettivo allentamento dell’austerità e del rigore di bilancio ben difficilmente gli effetti sarebbero sufficienti per una economia come quella europea dove ci sono 27 milioni di disoccupati. Il punto è che per avere qualche risultato di rilievo bisognerebbe mettere in discussione tutta l’architettura dell’euro e dell’integrazione europea. A cominciare dal principio dell’obbligatorietà del pareggio di bilancio, che è stato addirittura inserito nelle costituzioni europee come prevede il Fiscal compact, malgrado la sua assurdità economica, specie in una fase recessiva come quella attuale. E bisognerebbe spingersi ancora oltre, fino a criticare la strategia neoliberista che sottende al tutto, visto che l’integrazione economica e valutaria è la leva principale del capitale europeo per rispondere alla sua crisi epocale.
Dietro l’attivismo dei governi europei di questi giorni non c’è una idea chiara su come uscire dall’impasse della crisi europea, c’è solo la paura generata dalla fortissima ondata euro-scettica delle elezioni europee del mese scorso, che ha spazzato via i meccanismi del bipolarismo e della gestione bipartisan dell’Europa da parte di socialdemocratici e popolari. Nel Regno Unito e in Francia, dove Hollande gode di un gradimento mai così basso per un Presidente della Repubblica, i partiti principali sono stati superati da outsider antieuropei e in Spagna i due partiti principali hanno perso cinque milioni di voti. Anche in Italia Renzi è tutt’altro che sicuro della solidità suo risultato elettorale. Il suo 40,8 per cento, ottenuto peraltro con un’astensione dal voto a livelli record, è un voto a prestito.
Se le promesse non verranno mantenute e se la disoccupazione non potrà essere almeno in parte riassorbita, sarà messo in difficoltà il progetto di Renzi e del capitale italiano di fare del Pd il “partito della nazione”, la versione moderna del partito “pigliatutto”, in grado di raccogliere consensi da tutti i settori sociali. Invece, sul piano politico europeo la mossa di Holland e Renzi dimostra la debolezza e l’inconsistenza della socialdemocrazia europea, rappresentata dal Partito socialista europeo, incapace di pensare ad una qualsivoglia alternativa al Partito popolare europeo della Merkel, sia pure entro le compatibilità del capitale. L’accordo bipartisan proposto su di un personaggio come Juncker, veramente l’ultimo da cui ci si possa aspettare una qualche inversione di tendenza, dimostra che l’epoca delle “larghe intese” europee, sia a livello sovranazionale sia a livello nazionale, non è ancora finita. In questo modo la lezione del voto europeo per la socialdemocrazia sarebbe persa, mentre allo stesso tempo si aprirebbero delle possibilità per le forze di sinistra che però il Gue deve dimostrare di saper sfruttare”. (Domenico Moro, Sinistra in rete.info)
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