L’art. 18 per un’ astrusa lotta di classe
La stampa cercando lo scoop sollecita risposte sull’art. 18. Lo ha fatto anche Lucia Annunziata domenica 22 gennaio sul suo programma della Rai In mezz’ora. Ha reiterato la domanda, pressando e dando quasi per scontato l’intervento del governo sul punto cruciale dello Statuto in aperta discussione mediatica, ma Monti non ha dato conferme se non indirette. E’ una sua tattica verbale esprimersi per litote. Il giorno dopo invece alcuni quotidiani hanno aperto con il titolo”Monti dice no ai tabù sull’art. 18!”.
LA MINORANZA RUMOROSA CHE ODIA L’ART. 18
Le statistiche stabiliscono che due lavoratori su tre sono tutelati dal famigerato articolo dei lavoratori. Ci sono interpretazioni e verità di parte anche nella lettura dei sondaggi. Ma non importa. La maggior parte degli italiani amano l’art.18. Alcuni lo odiano. Sono pochi ma fanno più chiasso dei molti. E’ una “minoranza rumorosa” che ad ogni problema che presenta l’Italia tirano fuori l’art. 18. Come se fosse una pozione magica in grado di fare miracoli e risollevarci da ogni cosa attanagli l’esistente. Sembrano essere convinti che tutti i mali del Paese scaturiscono dal fatto che “un lavoratore non può essere licenziato senza giusta causa”. Sicché se da domani ogni lavoratore potrà essere preso a calci senza giusta causa andrà a posto tutto. Abbiamo problemi di pil, delinquenza minorile, violenza alle donne, alluvioni, ambiente disastrato, ecc… Ma ciò che importa più di tutto è l’art. 18. Come se abolito quello l’Italia risorgesse!
E’ un fatto di principio, ed è un vero feticcio simbolico. Ma lo è per loro. Non per i lavoratori! Lo è per chi ogni sera va a dormire e pensando all’art. 18; ogni mattina si alza con un cerchio di mal di testa ed convinto che non gli passerà se non cancellano l’articolo 18.
Mentre per i lavoratori lo Statuto è una norma di garanzia e civiltà, amata quasi quanto la Costituzione, per costoro lo stesso insieme di norme civili sul lavoro diviene un totem da incubo, che si specchia nella loro turbata coscienza e non li fa appisolare la notte. E’ un’ossessione. Sognano tute di operai con macchie di grasso di automobili indossate da uomini muscolosi che invadono le piazze e manifestano scandendo “DI-CIOT-TO, DI-CIOT-TO, DI-CIOT-TO”. L’incubo nasce credo da malcelati ancoraggi al loro “status” sociale, e diviene una specie di braccio di ferro da vincere ad ogni costo. E’ una lotta di classe. E’ vero lo è. Ma chi dichiara guerra non sono i lavoratori che già ai primi chiarori dell’alba hanno ben altro a cui pensare.
Penso che molte di queste minoranze rumorose dovrebbero essere grate allo statuto dei lavoratori e all’art. 18. Gli permette di confermare se stessi e di campare di rendita (dal punto di vista mediatico si capisce) ritrovandosi sulle prime pagine di giornali, blog, social network e pubblicazioni più o meno dotte.
Da noi ogni volta che si dibatte dell’argomento, per esempio, viene menzionato, intervistato, coinvolto immancabilmente Pietro Ichino. E’ una consonanza automatizzata, come la tombola napoletana: “Uno: l’Italia!; Cinquanta: ‘o ppane!; Diciotto: Pietro Ichino!
Dovrebbe amarlo molto l’art. 18 il professor Ichino che ogni tanto rinnova la sua fama e lo riporta in agenda setting.
Preferisco leggere pareri di donne come Rosy Bindi, la quale giustamente afferma che la nostra priorità è il precariato non l’art.18. Chiara Saraceno in un articolo su Repubblica del 23 gennaio scrive: “…Se la creatività della classe imprenditoriale italiana si applicasse ai prodotti e ai processi produttivi con altrettanta intensità di quella sfoggiata nell´utilizzare le possibilità offerte dai contratti di lavoro per non investire nel capitale umano, forse avremmo minori problemi di competitività in Europa e nel mondo”. Susanna Camusso conferma che la vera occupazione è a tempo indeterminato, e ha ragione perché solo chi ha certezze e basi sicure investe e fa muovere l’economia. Elsa Fornero ministro del Welfare, ha ben preciso il concetto che se i salari sono bassi l’economia si ferma. Allora i due principali motivi della stagnazione sono il precariato e i salari bassi. Mi domando quante volte mangia in un giorno Jamie Dimon, il banchiere di JP Morgan Chase Bank che ha appena registrato il 50% dei profitti, e quanti caffè beve l’altro 10% della elite mondiale che come lui controlla l’83% di tutte le ricchezze. Quante volte mangiano e bevono? Tre, cinque?
Quanti tubetti dentifricio usano in un mese? Quante paia di scarpe comprano in un anno, dieci, cento? E nei bar, nelle panetterie, nei taxi, nei cinema, dal ferramenta, dal fisioterapista, dal parrucchiere, dal libraio, in palestra, a scuola, in piscina, a quante volte vanno in un anno?
Ammettiamo che il quoziente di media sia dieci, e che il quoziente 10 soddisfi tutti i bisogni – anche esagerati – di quel 10% che detiene l’83% della ricchezza mondiale, come si fa a non capire che quella quantità di ricchezza in poche tasche e non utilizzata per consumi, crescita, cultura, cibo, nascite, cure, divertimento del 90% della popolazione mondiale è la causa della stagnazione. Come si fa a non capire che il benessere va re-distribuito?
Non c’è articolo 18 che possa fare il miracolo se la ricchezza resta in tasca ai pochi, ai quali non si può chiedere di scoppiare mangiando 90 volte al giorno al posto di chi non mangia, e nemmeno di moltiplicare la loro soggettività vivendo tutte le opportunità – che sono fattori di crescita imprenditoriale, sociale, culturale – che i precari e i poveri non vivono.
EGOISMO E MALA FEDE: SINDROME CINESE
Penso che ci sia una notevole dose di malafede in chi attacca i diritti dei lavoratori. La scusa più banale è che non possono esistere due categorie sociali tra i lavoratori stessi. Quelli iperprotetti (ma perché iper?) e quelli allo sbaraglio. E piuttosto di estendere la protezione a tutti, si pensa di abolire i diritti a chi ce li ha, e allargare il precariato. A questo punto mi chiedo se per sollevare i terremotati dal vivere nei container si renda necessario mandare in abitazioni precarie tutti gli altri cittadini che una casa invece ce l’hanno; o se per essere equi con chi rischia di annegare in un naufragio occorra buttare a mare tutti, anche chi una scialuppa di salvataggio l’ha trovata.
Probabilmente il modello che li convince è quello cinese. Ed è grazie a queste balorde teorie del “mal comune mezzo gaudio” che hanno così proliferato in Italia aziende che non avrebbero diritto di esistere nemmeno nei paesi del terzo mondo. Ditte che si trovano nel limbo del non diritto. Vivono in Italia ma è come se fossero in un interregno senza governo. Sono cinesi soprattutto, ma anche padroncini italiani che degli stessi si avvalgono in subappalto, ed a loro è permesso tutto: lavorare 12-14 ore, dalla mattina alla sera, sette giorni su sette. Coinvolgere bambini e vecchi nella produzione realizzata in maniera strenua e ripetitiva. Mandare i loro incassi (al netto delle tangenti ai prestasoldi che li hanno condotti in Italia) nei loro paesi d’origine. Ebbene l’economia del bel Paese non potrà mai competere con questi schiavi moderni. Per quale motivo nessuno parla di questa realtà tra i dotti professori che hanno la bacchetta magica della soluzione per la crescita? Nessuno prende in considerazione questa concorrenza sleale perpetrata dai cinesi, ma che se fossero italiani o svizzeri sarebbe lo stesso.
Perché invece di farsi scudo dei precari italiani, nell’odioso tentativo di porre i lavoratori uno contro l’altro, padri contro figli, affermando che sono quelli tutelati dall’art.18 a frenare la nascita di nuovi posti di lavoro, non vanno al cuore del problema ? Mi chiedo come mai nessuno si ponga il dubbio che 54mila ditte cinesi esistenti senza regole in un paese “a parte” che potremmo chiamare Cinalia” non abbiano frenato l’economia italiana e chiuso la possibilità di nuovi posti di lavoro nelle aziende manifatturiere di borse, scarpe, divani, mobili, eccetera. Ditte che avrebbero potuto essere impulso alla crescita, con diritti, tasse pagate, e posti di lavoro veri, non lager in cui si raccolgono persone che per bisogno accettano lo condizione di schiavitù, si nascondono nei sotterranei di “terre di nessuno”, dove nessuno va a bussare, se non qualche coraggioso giornalista, come Riccardo Iacona, o Emily de Cesare che in Crash, il reportage di Raitre in onda in ore notturne ci fa sapere: “C’è un settore nell’economia mondiale che non sembra risentire della crisi globale: è la grande industria manifatturiera di provenienza cinese. Nel nostro Paese, negli ultimi 8 anni, gli imprenditori cinesi sono aumentati del 150%, superando la soglia delle 54.000 ditte, e il fatturato annuo è di circa 2 miliardi. Un modello di mercato che però troppo spesso sembra basarsi sul non rispetto delle regole: il più delle volte si lavora in capannoni alveare dove si mangia, si dorme e soprattutto si lavora clandestinamente. I cinesi sono al primo posto nel flusso di rimesse all’estero e questo un fiume di denaro è in gran parte denaro contante, che sfugge ai controlli del fisco italiano”.
Il servizio dimostra che nessuno di questi imprenditori cinesi prende denaro con assegni o con carte bancomat. Non risulta nulla. Anche se si tratta di pagamenti in migliaia di euro i cinesi esigono pagamenti cash, un biglietto sull’altro.
Questo denaro che va all’estero non è denaro tolto al reinvestimento e alla crescita in Italia?
Perché non si fanno controlli obbligando tutti a rispettare le leggi italiane? A chi conviene avere questi modelli di efficienza schiavista? Cosa è, cosa sono? Campi di osservazione di alienazione umana? Modelli di efficienza da cui apprendere come il lavoratore schiavo è felice di stare 14 ore sulla macchina da cucire senza alzare la testa e mai distrarsi nemmeno per osservare scorrerie di sorci che attraversano il capannone in lungo e in largo?.
Se è questo il modello bisogna essere chiari e convenire che la “sindrome cinese”, è anche connivenza con il loro sistema, favoreggiamento di tutti coloro che potendo farlo non intervengono, ed hanno solerzia al contrario per sviluppare teorie sulla “crescita” che affama i più poveri. Soggetti che in malafede sostengono come i lavoratori stranieri siano felici di restare in schiavitù, mentre intervistati a quattr’occhi questi nuovi oppressi sognano il “modello Italia” con turni di lavoro di otto ore, riposo del fine settimana, ferie, e diritti.
Non sarebbe meglio invece di copiare il peggio imitare i virtuosi? A Davos, nel World Economic Forum, il modello nordico risulta vincente, e non solo perché vi sono territori con maggiori opportunità, ma perché l’intelligenza e l’altruismo sono spesso premianti. Eppure lì se ne pagano molte di tasse, ma nessuno si lamenta perché i soldi son ben impiegati e funziona tutto. Federico Rampini sul suo blog di La Repubblica titola “Davos, udite udite, scopre le diseguaglianze” e si chiede se la superélite globale che si riunisce come ogni anno al WEF abbia finalmente compreso che l’eccesso di “hubris” dei ricchi può provocare l’inizio della loro fine. “Sarà la miccia per l’esplosione di conflitti sociali gravi?” .
Scrive Rampini che Jacob Hacker e Paul Pierson, i due scienziati della politica più discussi in questi giorni, smontano le teorie sull’inesorabilità dei due trend: globalizzazione e progresso tecnologico, ed affermano che le diseguaglianze sociali non sono affatto fatali, sono “fabbricate” dal sistema politico: “…Da una politica definita come un gioco di carte: “Il vincitore prende tutto”. L’economia e la politica del “vincitore prenditutto” sono malsane: le oligarchie esercitano un’influenza sproporzionata sui governi; “vecchie liberaldemocrazie diventano delle plutocrazie con livelli di diseguaglianza paragonabili al Ghana, al Nicaragua, al Turkmenistan”.
Ecco, appunto, paragoni al sottosviluppo e alle disuguaglianze di altri territori come nella sindrome cinese che si diffonde in Italia. Speriamo che i nuovi egoismi dettati dalla paura possano chiarire bene cosa e come cambiare impegnandosi a realizzare società meno ingiuste.
Al Consiglio europeo di Bruxelles del 30 gennaio Nicolas Sarkozy anticipa che ha intenzione di fare da apripista con la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie. E’ la seconda azione degna di un buon capo di Stato che mette in atto. L’altra è la legge francese che punisce il negazionismo del genocidio armeno. Direi che in questo caso dimostra di sapere che la prima “fabbrica” di equità è il sistema politico.
30 gennaio 2012, Wanda Montanelli
il contratto unico è meglio delle 40 formule che ci sono ora. il contratto unico di chi incomincia a lavorare, e in ogni evenienza la causa di licenziamento dichiarata su un verbale. Non giochiamo con il lavoro, siamo seri.
renato
che dobbiamo prendere esempio da Sarkozy è la cosa più “insolita” del tuo articolo, ma in tempi di trasversalità chi fa qualcosa si applaude, a anche il presidente francese se si fa promotore della Tobin tax va apprezzato. Magari ci riesce.. e dà esempio ai nostri al Governo e in Parlamento.
Nanda
i nostri? ma hai visto le iene due sere fa che non ne hanno beccato uno tra i parlamentari all’uscita da montecitorio che sapesse che cosa è la tobin tax? Una decina di figure di m…
e li paghiamo a peso d’oro!
elio
hai perfettamente centrato la questione, c’è chi campa di rendita con l’art. 18 e non c’è un’intervista che non si butta sull’argomento come le mosche sul miele. E’ evidente che con questi nuovi al governo non ci sono scandali per inzuppare la penna e scrivere pezzi da far vendere i giornali, ma ripetere sto ritornello sull’articolo 18!!!1! Ti approvo tutto il pezzo da cima in fondo.
ciao, massimo
segno di grande scompostezza politica la richiesta di Angela Merkel di commissariare la Grecia. Definita l’elefante in cristalleria ha consegnato a Bruxelles un documento ufficiale in cui la Germania chiede la sudditanza economica della grecia all’UE. Il premier del Lussemburgo Jean-Claude Juncker e lo stesso Sarkozy hanno ritenuto inaccettabile la proposta. Si rivela sempre di più la tendenza di supremazia di certi paesi, e il comportamento della Merkel per noi che sosteniamo i governi al femminile rusulta di stampo prevaricatore, e bisogna stigmatizzarlo. Ci sono altri metodi per dare aiuto. Soprattutto facciamo attenzione che poi potrebbe toccare a noi.
Valery
e che ne dici dei miracolosi incassi quando ai negozi si avvicina la finanza? cortina e milano raddoppiano e triplicano gli incassi, si stanno facendo controlli e si trova evasione in cifre esorbitanti, si può allora tassare anche chi ha la ferrari e dichiara 5mila euro l’anno o non dichiare niente. era ora!
barbara
Io darei fiducia dopo aver passato il peggio al governo Monti. Ho visto qualcosa qui e là del suo curruculum, e sapendo che non è liberista e non è keynesiano, si spiegherebbero le sue scelte in quanto è un convinto fautore dell’economia sociale di mercato, studi economici nati in Germania negli anni 40 che uniscono liberismo economico e giustizia sociale. In questo Il ruolo delo Stato è fondamentale. Direi che fin qui ci siamo. Staremo a vedere anche perché c’è chi ritiene che l’economia sociale di mercato è un metodo scientifico per socializzare le perdite e privatizzare i profitti (?). Quanto alla Tobin tax, Monti è stato compagno di corsi universitari con il premio Nobel James Tobin a Yale dove ha proseguito gli studi dopo la laurea alla Bocconi naturalmente.
Ma se fossero in due Monti e Sarkozy a crederci, il “binomio fantastico” delle favole ideate a mano libera potrebbe funzionare. Ripeto. Staremo a vedere, perché no?
Maria
TABU’?????????
Significato? Forte proibizione a comportamenti o consuetudini. Infrangerli è ripugnante e degno di biasimo da parte della collettività.
Ma l’Art.18 è un articolo di “legge” e va rispettato finchè resta tale.
Dunque il problema potrebbe esistere se la comunità dovesse considerare sacro l’articolo in quanto per l’ambiente culturale in cui viviamo è ritenuto una certezza PROATTIVA..che va oltre la legge per motivi che tutti conosciamo e percepiamo a fior di pelle.
Hegel sosteneva : “Ciò che è razionale è reale e ciò che è reale è razionale”.
L’articolo 18 è razionale in un tempo la cui realtà è dettata da una guerra di classe ossia della classe RICCA E POTENTE contro tutte le altre al fine di governare il globo e ridisegnarne i confini come torta dalle megafette.
La realtà, insiste Hegel, è IDEA.
Quando l’idea viene però bloccata qualsiasi organizzazione si blocca a seguito.
Insomma una catastrofe per il moto dell’evoluzione umana.
L’articolo 18 è come la legge 2005 sull’Impresa Sociale.
Talmente all’avanguardia e civili che abortirle è meglio.
Basta colorarle con un pò di supruso e il gioco è fatto.
Di guerra di classe si tratta. Subdola guerra di classe, colorata di sopruso, come ben scrive Anna Rossi, e mistificata dal bisogno di socializzare la presa di coscenza sulla crescita, ma di socializzazioni effettive fino a questo momento ci sono state le perdite, mantre i profitti vanno ai pochi. Al 10 per cento che ha in mano la ricchezza.
I nostri politici si guardano bene dall’intervenire. Hanno rinunciato a settecento euro di aumento, e qualcuno di loro vi ricorrerà contro. I loro emolumenti restano tal quali.
Che bell’esempio di “socializzazione delle perdite!”.
Gabriella
Carissimi Amici,
la Vostra “voce” è sempre un lampo che squarcia le cupe tenebre di una Nazione – la nostra – prigioniera di schemi, tatticismi, enclave, che sarà durissimo modificare.
Una voce come la Vostra, critica ed analitica al bisogno, aiuta quanti patiscono questa condizione di sofferenza (forzosa) a sentirsi meno soli.
Grazie!
Cordialmente Vi saluto.
Giuseppe Bellantonio
Bell ‘articolo , grazie.
Non male la Fornero quando dice che l’accesso al lavoro si affronta soprattutto con l’istruzione, principale parificatore delle opportunità. Cè un cambio di tendenza rispetto a pochi mesi fa.
E anche dove dice: “Tutti possono perdere il posto di lavoro perché l’impresa per la quale si lavorava, per questioni economiche, non c’è più. Dobbiamo dare una chance a chi perde il lavoro. Questa è anche parità di opportunità nella vita lavorativa”.
Gli ammortizzatori sociali sono la risposta giusta. Un salario minimo garantito per tutti. Poiché, e anche Wanda in questo converrà con me che non dobbiamo scervellarci per inventare il lavoro, ma affrontare il problema al contrario trovare un motivo per pagare la gente, per farli uscire di casa la mattina, e muovere l’economia.
Raffaella
leggerti è un premio, “uno squarcio nel buio” è vero! E’ un esercizio di intelligenza e verità a portata di mano che molta più gente potrebbe vedere se si spogliasse dei preconcetti di casta.
nunzia
E’ perfetto. L’art. 18 è lo scudo dietro cui si nasconde chi non ha idee e progetti per risolvere la crisi. La verità è di tutt’altri contenuti. La Union Camere ha fatto un sondaggio e si capisce che chi ragiona con serietà sa che i problemi degli imprenditori sono altri e non saranno risolti rinuovendo l’art. 18:
“Sondaggio Unioncamere-Excelsior sui motivi di non assunzione nel 2011. Nessuno tira in ballo l’articolo 18. La scarsa flessibilità in uscita non incide sulle strategie aziendali. Proprio le più grandi, dove c’è il vincolo del reintegro, assumono di più
Non si tratta di licenziamenti, di articolo 18, diflessibilità in uscita: il vero guaio, perle imprese italiane, è la mancanza di prospettive a breve termine. Arrivano poche commesse, i dipendenti che già ci sono bastano e avanzano, c’è la crisi dei consumi, c’è un enorme difficoltà di accesso al credito. Ecco perché non ci si lancia in nuove assunzioni: il reintegro del dipendente licenziato senza giusta causa c’entra poco e niente. E’ questo che dicono le aziende italiane e l’atteggiamento emerge con chiarezza se si guarda all’ultimo rapporto ExcelsiorUnioncamere. Interrogati sulle intenzioni o meno di assumere e — nel secondo caso — sui motivi della mancata creazione di nuovi posti di lavoro, gli imprenditori danno risposte chiare. A frenare l’assunzione, è la mancanza di nuove commesse (5,7 per cento) o l’incertezza e la domanda in calo (14,1), quindi nel 20 per cento dei casi sono le condizioni di mercato a dettare la strategia. La stragrande maggioranza delle aziende ritiene che l’organico presente sia sufficiente (il che vuol dire che non ha mire espansionistiche): comunque sia, la mancanza di una flessibilità in uscita non viene nemmeno menzionata fra le prime cause del fermo occupazionale. Probabilmente è compresa nella casella «altri motivi», barrata solo dal 12 per cento dei centomila imprenditori che costituiscono il campione dell’indagine. E la graduatoria delle motivazioni non varia di molto se si ragiona sull’ambito territoriale o sulle dimensioni dell’azienda. In realtà, le aziende che invece assumono sono proprio quelle grandi, dove l’articolo 18 trova applicazione. Che non sia l’articolo 18 a determinare la politica del lavoro di una azienda lo conferma anche Mario Sassi, responsabile del Welfare per la Confcommercio. “A bloccare le assunzioni sono il costo del lavoro e la crisi dei consumi — afferma — in assenza di queste due condizioni non ci può essere occupazione». Il ragionamento, precisa, vale sia per le piccole che per le grandi imprese: “intervenire sulla flessibilità in uscita senza affrontare le vere cause del problema porta ad incanalarsi in una polemica pregiudiziale e ideologica”. Prima di parlare di articolo 18, secondo Confcommercio “va piuttosto affrontato il tema degli ammortizzatori sociali, che dovranno garantire un sostegno ai lavoratori che usciranno dalle aziende ma, visto l’innalzamento dell’età pensionabile, non saranno coperti da assegno”. Altre priorità, secondo Sassi, sono «la formazione e l’accesso al credito: solo affrontando tutto questo si può parlare anche di articolo 18». La questione non è di poco conto perché è vero che l’Italia è il paese delle piccole imprese, ma l’articolo 18 è applicato alla maggioranza dei lavoratori. Lo certifica la Cgia di Mestre che guardando alla platea dei dipendenti italiani assicura che «oltre il 65 per cento degli occupati – quasi i due terzi del totale – avora in aziende con più di 15 dipendenti, quindi sottoposte alla norma”.
Complimenti a voi, e soprattutto a Wanda, per le approfondite e appassionate argomentazioni!
Enzo Massilio
Manca l’amore del prossimo. Quando ce n’è di più non si pensa a risolvere i problemi inventando altri poveri e altri precari. Certi governanti troppo avvezzi ai privilegi non guardano negli occhi chi ha bisogno. Un semestre di lavoro alla caritas glielo farei fare a ognuno di loro. Prima provate come si sta nel precariato e nella disperazione, poi parlate!
Niccodemo
RINNOVATI I BRACCIALETTI ELETTRONICI CHE COSTANO UN MILIONE DI EURO CADAUNO? ? è vera la notizia? sono folli anche questi governanti dell’università, e che hanno studiato a fare!!!
la minoranza rumorosa fa tanto casino per provocazione, ma si andranno a nascondere – e vedrai se si nasconderanno – quando scenderemo in piazza.
pier
io inizio ad aver paura… ieri indignados e occupy hanno dato appuntamento a chicago per il g8
detesto la violenza e tutto ciò che ad essa è riconducibile ma secondo me qui finisce male… i politici stanno tirando troppo la corda e nn è detto ke le genti rimangano per sempre quiete!!
Monti lo vedo serio ma nn so quanta attenzione potrà dare alle classi più in difficoltà. E soprattutto, non so quanto durerà… nel senso ke secondo me nel giro di qualke settimana vediamo rispuntare fuori i vari imbroglioni dei partiti cn le case fronte colosseo a loro insaputa.
Gli imprenditori di livello condividono le responsabilità con il personale e danno incentivi sugli utili. Il progetto unilaterale che accaparra i guadagni e piange miseria alla verifica del calo di crescita non è nell’ottica moderna. L’etica prima del profitto è nella prospettiva di un’imprenditoria moderna che bada alla sicurezza sui posti di lavoro, alla dignità dei salari e agli aspetti solidali extraeconomici. Cambiare mentalità, abolire steccati, tra chi lavora da dipendente e chi lavora da imprenditore farà la differenza. Si deve crescere non solo nei profitti, ma nella matura visione del meglio per chi lavora, da qualsiasi parte si trovi.
Annalisa
complimenti a voi!
A conferma del parere mirato di donne oggi la Camusso ha dichiarato
-TEMA E’ ART. 18? DICANO CHE VOGLIONO LICENZIARE- Roma, 1 feb. “Anche per i neoassunti l’ articolo 18 non si (DIRE) Roma, 1 feb. -tocca. Lo ribadisce Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, al Tg3.
“Noi abbiamo detto con nettezza- spiega Camusso- che l’ art. 18 non e’ il problema del mercato del lavoro. La riduzione dei diritti non e’ la strada che da buona occupazione”.
Poi replica al ministro Passera: “Il ministro sa bene che bisognerebbe smettere di dare un’ imamgien del Paese che non corrisponde alla realta”. Basta guardare “i dati sulla
disoccupazione” e i tanti accordi firmati in questi anni.
Insomma, “se c’ e’ una cosa che non si puo’ dire oggi e’ che non c’e’ un’ ampia uscita dal lavoro”. E se si dice che per uscire da questa situazione “il tema e’ art. 18, allora si deve avere il coraggio di dire che si possono fare licenziamenti
discriminatori”, altrimenti si tratta “di una discussione finta.
La difesa della discriminazione e’ un elemento di civilta’”.
( Dire)
Molti parlano di mobilità senza sapere che cosa si intende. Il modello danese che in tanti citano come esempio è un modello in cui la gente è felice anche se è licenziata. Il Paese a più alta mobilità sociale secondo la classifica Ocse ha cittadini senza stress da precariato, gente che si sente sicura e che ha fiducia nel futuro. In Danimarca ho amici che quando perdono il lavoro sono sostenuti dallo Stato con un paio di migliaia di euro al mese. Come conseguenza il licenziamento è preso da occasione per andare in vacanza almeno fino a che non si presenta l’offerta di un nuovo lavoro. Di che parliamo se duemila euro in Italia sono una chimera anche per la maggioranza di chi lavora. c’è mobilità e c’è precariato mobile, ma sono due situazioni diverse e distinte. Lì l’art. 18 nemmeno serve. Forse i lavoratori potrebbero addirittura desiderare di essere ogni tanto “licenziati” per prendersi un periodo di libertà. Con il sussidio garantito chi non ci metterebbe la firma?
Lory
Siamo in un’economia di mercato. La regola del mercato da cui non si può sfuggire, altrimenti la si paga in altra forma, è che più si rischia più si guadagna. Se si eliminano i rischi i salari sono bassi, non perchè lo decide questo o quel governo, ma perchè lo decide il mercato. In Italia si è introdotta l’anomalia al contrario, il precario rischia, ma guadagna di meno. Questo per mantenere inalterati le garanzie dei lavoratori dipendenti. Questa distorsione ha portato ad un crollo dei consumi. L’anomalia si toglie con il contratto unico e con la reintroduzione del concetto di rischio che è insita in ogni attività umana, sindacati o meno.
Wanda hai letto delle hostess di Meridiana obbligate a fare la dieta per la taglia 42 delle divise (per essere più sexy). E’ un ennesimo oggettivare, le donne, dovremmo parlarne.
Annalisa
Annalisa
Vergognoso!Quelli di Voyager stanno dando spazio persino ad Antonio Urzi, noto buontempone che si diverte a diffondere colossali bufale tipo bottoni appesi ad un filo di nylon!
La Commissione europea ha l’obiettivo degli eurobond e della Tobin tax. Il vicepresidente dell’esecutivo europeo, Maros Sefcovic, durante il dibattito sulle conclusioni del vertice straordinario di lunedì lo ha assicurato.
Quarant’anni dal 1972, quando Jean Tobin l’ha proposta per la prima volta. Quasi mezzo secolo per arrivarci. Meglio tardi che mai. Oscar
Senti che scrive Scilipoti:
“La sfida di cambiare lavoro è bella quando si può passare da un buon lavoro ad un altro migliore. Dire che il posto fisso è noioso è come parlare della favola della volpe e dell’uva”. Così l’On. Scilipoti, segretario politico del Movimento di Responsabilità Nazionale, in riferimento alle esternazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri in tema di riforme del mercato del lavoro. “Si sta cercando di camuffare l’azione di attacco che il Governo potrebbe aver già deciso di sferrare all’art. 18 dello statuto dei lavoratori – continua il leader del MRN – utilizzando argomentazioni soft per defraudare i lavoratori di legittimi diritti conquistati da più di quarant’anni, attraverso lunghe lotte sindacali”. E poi – conclude l’On. Scilipoti – l’essersi fatto nominare senatore a vita: esiste un posto fisso più fisso di questo? Ma allora lo ammetta, il Prof. Monti: il posto fisso non è noioso…!”.
Stavolta non è che ha torto.
Luigi.
la volpe e l’uva……infatti l’incitazione a non ambire al post fisso viene da chi sta bel piazzato con la poltrona sotto il sedere. e che poltrona! Monti docet!
La problematica si può ribaltare, basta contare quante aziende sono dislocate fuori dall’Italia, e quante ne stanno dislocando. In Sicilia più di 7 mila i posti di lavoro sono a rischio. Lo afferma l’Ugl prevedendo in numero rilevante di industriali, che stanno trasferendo la loro produzione in aree geografiche a costi bassi: Cina, Albania, Bulgaria e Thailandia, e lasciando a casa i nostri operai e impiegati. Le attività dislocate sono call-center ma non solo; aziende metalmeccaniche, manifatturiere del ‘made in Italy’ che solo per piccole rifiniture rispediscono le merci in Italia.
Servono più regole e azioni contro il precariato. E’ ora di darsi una mossa non solo esternare dichiarazioni alla stampa.
Nerio
L’offerta di lavoro “non standard” ossia quella che non è un tabù per alcuni, è stata approfondita e analizzata dopo un decennio di osservazione.
Parlo di offerta e non di domanda in quanto il contesto scarsamente produttivo non credo dia molto spazio alla forza “domanda”.
La flessibilità, in quei paesi dove la cultura del lavoro ha caratteristiche regolamentate e trasparenti quindi non viziate da scorciatoie legali, può essere strumento di valorizzazione del mercato del lavoro.
Una serie di fenomeni quali l’allargamento molto ampio dell’utilizzo di contratti a tempo determinato e l’uso impreciso del lavoro “non standard” (non esiste nessuna definizione legislativa a riguardo) ha finito per creare un clima oppressivo e di sfiducia da parte della forza lavoro.
Il problema resta culturale.
Un paese dedito alla sottrazione di interesse per il bene comune è un paese a rischio quando regole certe vengono sostituite da regole approssimative.
Dunque il tabù diviene a norma della sacralizzazione di una difesa in un mondo sempre più prossimo a divenire giungla.
Immersi in questa realtà nasce naturale la domanda:
a chi conviene una società delle non regole?
ROMA (MF-DJ)–“Siamo d’accordo con quanto affermato dal premier Mario Monti: l’articolo 18 non deve essere un tabu’, crea una dicotomia pesantissima”.
E’ quanto dichiara il leader di Confindustria, Emma Marcegaglia annunciando che l’articolo 18 “e’ un tema sul tavolo e noi lo sosteniamo”.
In merito alle dichiarazioni del ministro del Welfare Elsa Fornero secondo cui la riforma del mercato del lavoro verra’ fatta anche senza il consenso delle parti sociali, Marcegaglia commenta: “comprendiamo la posizione del ministro Fornero, la riforma va fatta comunque”. dar/cat
senza vergogna CONFINDUSTRIA!
ANZICHE’ PRENDERE IL PROBLEMA DALLA PARTE DEL PRECARIATO LO PRENDE DALLA PARTE DEI DIRITTI….
LE VOLPI DELLA FINANZA NON HANNO VERGOGNA…MAI
Un gigantesco problema che fa chiudere e suicidare i piccoli imprenditori e artigiani è il ritardo dei pagamenti di fatture delle amministrazioni pubbliche. E’stato fatto da Marco Baltrami dei radicali uno sciopero della fame ad oltranza per mettere attenzione alla Direttiva europea sui ritardi di tutti i pagamenti alle piccole e medie imprese e ai professionisti. In Italia abbiamo carenze normative intollerabili. In altri stati d’Europa il tempo massimo per onorare i pagamenti è di uno o due mesi. Qui le fatture vanno nell’oblio e le banche opprimono con i loro interessi esagerati le aziende che vanno “in rosso”, fino al punto che chi non trova credito o va dagli strozzini, o si suicida subito. Se va dagli strozzini si suicida più in là nel tempo. Ma la fine che fa è la stessa.
Il tempo è ormai maturo cara Wanda, e con il chiasso intorno ai rimborsi elettorali si arriverà quanto prima a controllare la questione che tu hai presentato all’attenzione delle istituzioni democratiche, mondo politico, stampa e giudizio civile. Osservo che il giudizio della causa che hai promosso e che seguiamo con trepidazione, visti i punti fondamentali che tocca, non ha avuto il totale coraggio per sentenziare completamente a tuo favore, tuttavia mi pare estremamente interessante il pronunciamento che lascia fuori la Camera dei Deputati dalla responsabilità di come vengono spesi e “distratti” i soldi dei rimborsi elettorali. E’un’indecenza che in tempi di crisi è ancora più confliggente con i sacrifici che fanno i cittadini. I radicali avevano già proposto e vinto un referendum contro il finanziamento dei partiti. Uscito dalla porta è rientrato dalla finestra, sotto forma di rimborsi che dovrebbero essere dati dopo corretti rendiconti. Ma fino poco fa si spon nascosti dietro un dito: la Camera dei deputati che dovrebbe controllare. Ora la tua sentenza afferma che così non è. La camera non entra nella funzione di controllo. E’ importantissimo e se non erro è il primo pronunciamento in questa direzione. Stiamo scavando la roccia, goccia su goccia. Ma la pazienza e la tenacia non ci manca. Siamo con te per l’Appello.
Stefania, da Pisa
Una cosa la dice giusta la Fornero che chi sceglie di offrire lavoro a termine lo deve pagare di più. Inversione di tendenza da come ora è il mondo del lavoro: più precario sei meno ti pagano!
Da Facebook:
L’ARTICOLO 18? ECCO A COSA SERVE. LETTERA A MONTI SU UNA STORIA INCREDIBILE
A cosa serve l’articolo 18? Caro presidente del Consiglio Mario Monti, abbia la pazienza di ascoltare questa storia, che arriva dal profondo Nord. Una di quelle storie che fanno riflettere, a meno di non avere il cervello obnubilato dalla eccessiva monotonia (non è il suo caso) del posto fisso, sull’importanza dell’Art. 18.
La vicenda si svolge a Mantova, città di Emma Marcegaglia, la presidente degli industriali italiani. Un’azienda, la Primafrost, che opera nella filiera del settore alimentare, ha licenziato una ventina di lavoratori che protestavano per le proibitive condizioni di lavoro a cui erano sottoposti. Per carità il loro non era un “lavoro fisso” quindi, per cortesia, non si indisponga. Diciamo che era ragionevolmente continuativo. Va bene così? Ci segua in questo istruttivo racconto e scoprirà delle cose che da “tecnico”, quale lei si qualifica, forse nemmeno immaginava. Lo vede che c’è sempre qualcosa da imparare nella vita?
A dirla tutta, questi lavoratori, che “godono” (anzi, godevano) di un lavoro ragionevolmente continuativo, non hanno grandi motivi per annoiarsi. Pensi, trascorrevano la loro giornata in piedi senza protezione su ponteggi alti 4-5 metri, con scarpe anti-infortunistica rattoppate con il nastro adesivo. Avevano gli straordinari pagati come semplici rimborsi per alleggerire buste paga e tasse (qui lei dovrebbe storcere il naso eh!). In più, c’era anche il mancato riconoscimento per un lavoro a 30 gradi sotto zero che durava fino a 13-14 ore al giorno. Lei si annoierebbe al loro posto? Nemmeno per sogno! Come è e come non è… un giorno questi poveri cristi che non ce la fanno più di tutto questo divertimento si rivolgono al sindacato, che si rivolge agli ispettori, che chiamano i carabinieri, che confermano la versione, … che parte l’inchiesta. Che interviene, non ci crederà, anche la Guardia di Finanza, come a Cortina, a Roma e a Milano. I dipendenti infatti, per rendere un po’ più frizzante il clima si sono autodenunciati, il 25 gennaio scorso, alla Guardia di Finanza per le buste paga irregolari. Si arriva anche all’autolesionismo in questo strano Paese pur di rompere sto brutto clima di monotonia.
C’è di più, molto di più. E questa volta tocchiamo proprio il cuore dell’Articolo 18, quello che lo fa così tanto arrabbiare. L’azienda ha lasciato a casa tutti quelli che non hanno accettato di abbandonare il sindacato e smettere di protestare per lo sfruttamento. E per chi ha accettato di stracciare la tessera della Cisl il posto in azienda è rimasto. Ma guarda un po’!
Ah dimenticavo di dire, i lavoratori non sono dipendenti diretti della Primafrost. Troppo monotono no? Sono dipendenti di una coop, la Bbs di Bresso, che si è vista revocare l’appalto nel giro di un battibaleno.
Titolari e dirigenti di Primafrost si sono chiusi in un silenzio ostinato: non rispondono al sindacato, e nemmeno alla stampa. Non rispondono, pensi, nemmeno ad una istituzione come la Provincia. Può fare qualcosa lei? Le dò un suggerimento: tolga i politici e ci metta i tecnici, magari quelli della Primafrost si impressionano.
Morale della storia. Grazie all’Art. 18 ora i “lavoratori annoiati” della Primafrost qualche speranza del reintegro ce l’hanno. Torneranno ad annoiarsi. È vero, ma con la dignità e l’amor proprio perfettamente integri. E non mi dica che questi valori non aiutano l’Italia ad andare avanti in questo disastro epocale.
04/02/2012 09:58 | CONFLITTI – ITALIA | Autore: fabio sebastiani
Da sole24ore un preannuncio di rivolta rimandando a camus:
“Con la perdita della pazienza, con l’impazienza, comincia un movimento che può estendersi a tutto ciò che in precedenza veniva accettato. Questo movimento è quasi sempre retroattivo. Il funzionario, nell’istante in cui non riconosce la riflessione umiliante del suo superiore, rifiuta insieme lo stato di funzionario per intero. Il moto di rivolta lo porta più in là di quanto egli non vada con un semplice rifiuto”.
astor
Il freno all’economia non è l’articolo 18. Il governo tecnico si preoccupi di incentivare la crescita creando il lavoro, soprattutto di donne, giovani, e specialmente nelle regioni meridionali dove manca il sostentamento, la legalità, i treni per spostarsi da una città all’altra. treni diurni e notturni che ancora non si comprende il motivo per cui sono stati soppressi. Sono gli economisti internazionali a dichiarare che la concentrazione sull’art.18 è un SIPARIO per nascondere interessi forti e ostacoli per affrontare le ricette risolutive della crisi, una di queste per esempio la tobin tax.
Hanno incominciato in sordina e non ci sembrava vero, poi giorno dopo giorno un delirio di dichiarazioni, e si vede che il potere inebria chi ce l’ha. Dichiarazioni che sono confutabili dal loro stesso modo di vire con posti fissi, per sè e per i loro figli, poltrone al caldo e compemsi danaroso. Così è facile parlare del precariato. Ma chi di loro rinuncerebbe alla sicurezza economica per dare esempio di come si affronta con coraggio il diniego delle banche di concedere un prestito, o quello del prestinaio di fare credito. Che si diano una regolata!
barbara
Pietro Ichino dichiara che sospendere l’art. 18 non basta, nel senso che bisogna cancellarlo definitivamente.
Lupus in fabula:
“Roma, 13 feb: – Il senatore Pd Pietro Ichino interviene
su La Repubblica sulla questione dell’ articolo 18, sostenendo che non basta sospenderlo per tre anni, come viene ipotizzato, ma
“per aumentare l’ occupazione giovanile occorrono altre misure. Queste di cui stiamo discutendo servono invece per migliorarne la qualità, facilitando l’ accesso al lavoro con un rapporto a tempo indeterminato. Oggi più di quattro quinti dei nuovi rapporti sono in forma di contratto a termine o di
collaborazione autonoma. Tutti hanno da guadagnare da misure che puntino a invertire la proporzione, contrastando in modo efficace l’ abuso delle collaborazioni e incentivando la stabilizzazione del contratto a termine”.
Ichino poi sostiene che “per riaprire l’ Italia agli investimenti
stranieri è indispensabile una legislazione del lavoro semplice,
allineata rispetto ai migliori standard internazionali. L’ idea di offrirla in via sperimentale per i nuovi insediamenti, dove l’ impresa sia disposta ad accollarsi i
maggiori oneri per la protezione del lavoratore, mi sembra straordinariamente positiva”.
la Grecia insegna che si entra nel tunnel e si chiedono sacrifici su sacrifici. Lo stato sociale va a farsi benedire. Non entriamo nella trappola. La crisi non l’ha provocata il popolo, ma la subisce e paga il conto per impinguare la ricchezza dei pochi che senza scrupoli giocano con la vita dei poveri.
Gino
Bruxelles spinge nel baratro Atene. Gli aiuti salva Grecia sono di nuvo bloccati. I 130 miliardi di euro sono ancora in cassaforte. Le condizioni per ottenerli sono troppo pesanti per la gente già provata da rinunce, e non sbaglia chi pensa di non pagare il debito e uscire dall’Eurozona, per fermare la strage dello stato sociale. Tra i due mali il default non è il peggiore.
giusy
la tattica usata per il problema Grecia non è esente da colpe. Se la Grecia è responsabile la UE è doppiamente colpevole per la gestione draconiana della crisi. La baraonda su che cosa esattamente significa default e che cosa l’uscita dall’Euro è voluta. L’uno non è per forza conseguente all’altra. Il default può essere positivo per l’immediato abbattimento del debito, mentre l’uscita dall’euro è emarginazione e speculazioni selvagge, svalutazioni e conseguenze gravi per il paese che la subisce. Fare corretta informazione è compito dei giornali e degli economististi. Fare confusione abitudine di chi guadagna sull’ignoranza.
nino
Segnalo l’articolo di G. Viale sul Manifesto di oggi, ‘La Grecia siamo noi (domani)’.
Sembra che alcuni comunisti (tutti?) lavorino al meglio quando le condizioni sono le
peggiori:
“LA GRECIA SIAMO NOI
EDITORIALE – Guido Viale
A due anni dalla denuncia dello stato comatoso delle sue finanze (ma gli interessati, in Germania e alla Bce, lo sapevano da tempo: erano stati loro a nasconderlo) la Grecia, sotto la cura imposta dalla cosiddetta Troika (Bce, Commissione europea e Fmi) presenta l’aspetto di un paese bombardato: un’economia in dissesto; aziende chiuse; salari da fame; disoccupazione dilagante; file interminabili al collocamento e alle mense dei poveri; gente che fruga nei cassonetti; ospedali senza farmaci; altri licenziamenti in arrivo; tasse iperboliche sulla casa e sfratti; beni comuni in svendita. E ora anche una città in fiamme. Ma a bombardare il paese non è stata la Luftwaffe, bensì il debito contratto e confermato dai suoi governanti di ieri e di oggi nell’interesse della finanza internazionale. Con la conseguenza che, a differenza di un paese uscito da una guerra, in Grecia non c’è in vista alcuna “ricostruzione”, o “rinascita”, “ripresa”; ma solo un fallimento ormai certo – e dato per certo da tutti gli economisti che l’avevano negato fino a pochi giorni o mesi fa – procrastinato solo per portare a termine il saccheggio del paese e, se possibile, il salvataggio delle banche che detengono quel debito; o di quelle che lo hanno assicurato. Le armi però c’entrano eccome. All’origine di quel debito, oltre alla corruzione e all’evasione fiscale, ci sono le Olimpiadi del 2004 (costate oltre un decimo del Pil) e l’acquisto di armi, che la Grecia è costretta a comprare e pagare a Francia e Germania come contropartita della “benevolenza” europea, per importi annui che arrivano al 3 per cento del Pil. Quattro fattori, armi (come F135), Grandi eventi (Olimpiadi o Expò, o Mondiali, o G8), evasione fiscale e corruzione che accomunano strettamente Grecia e Italia. Ma non solo.
Nel pacchetto, il quinto in due anni, delle misure imposte alla Grecia – liberalizzazioni di tariffe, mercati e lavoro, privatizzazioni dei servizi pubblici, blocco delle assunzioni, definanziamento di scuole, ospedali, Università, servizi sociali – c’è pari pari il programma del governo Monti (anch’esso cucinato da Bce e Commissione europea). La Grecia è solo un anno più avanti di noi sulla strada del disastro e Monti è il Papademos italico incaricato di accompagnarvi l’Italia spacciandosi per il suo salvatore e garantendone il saccheggio.
Aggiungi il patto di stabilità (Fiscal Compact) che impone di riportare il debito di entrambi i paesi, ormai chiaramente in recessione, al 60 per cento del PIL in regime di parità di bilancio, e avrete i termini di una politica senza ritorno imposta da una classe al potere senza un’idea di futuro che non sia la propria perpetuazione. Per loro contano solo i bilanci: tutto il resto crepi! Quando l’Unione europea avrà tagliato gli ormeggi alla Grecia per abbandonarla alla deriva, avrà messo il vascello in condizioni di non poter più navigare per decine di anni.
Nessuno degli economisti entusiasti degli “sforzi” di Monti ha la minima idea di come si possano raggiungere gli obiettivi del Fiscal Compact. E allora? Il fatto è che per loro “non c’è alternativa”; perché non sanno immaginare un futuro diverso dal presente: all’Università non lo hanno studiato e non si sono dotati di strumenti per concepirlo (tranne che per le loro carriere). “Non esiste un piano B per la Grecia, ha detto Draghi. Ma nemmeno per l’Italia. Per questo Monti non è la soluzione, ma il problema.
Ma un “piano B” per l’Europa va messo a punto, e in fretta; perché quello “A” è un strada senza uscita; e non si fa politica, né opposizione, senza un’idea sul da farsi appena il contesto la renda plausibile. E quel momento potrebbe essere vicino, perché il mondo sta cambiando in fretta. Ma l’Italia non è la Grecia, ripetono i supporter di Monti. E perché mai? Perché l’Italia ha un tessuto industriale robusto e perché è “troppo grande per fallire”. Due tesi per lo meno parziali. Neanche la Grecia era priva di un tessuto industriale, anche se fragile, che le manovre deflattive imposte dalla Troika hanno mandato in pezzi. Una vicenda attraverso cui erano già passati anni fa – e per decenni – molti paesi dell’America Latina presi per la gola dal FMI. Quanto all’Italia, un inventario dei danni prodotti dal ventennio berlusconiano, non solo sullo “spirito pubblico” – e non è poco – ma anche sul tessuto industriale non è ancora stato fatto. Ma accanto ad alcune medie imprese che si sono ristrutturate ed esportano, tre dei maggiori gruppi industriali (Fiat, Finmeccanica e Fincantieri) sono alle corde e nel tessuto industriale residuo chiude una fabbrica al giorno. “Non si produce più niente” ripetono coloro che guardano la realtà senza lenti deformanti. Ma non è che tra un mese o tra un anno (o anche due) quelle fabbriche riapriranno, gli operai ritorneranno al loro posto di lavoro e le aziende riprenderanno a produrre come prima. Un enorme patrimonio di esperienze, di professionalità, di knowhow, di attitudine all’innovazione e al lavoro di gruppo viene disperso e scompare per sempre. Né ci sono in vista iniziative imprenditoriali in grado di mettere al lavoro, avviandole dal nulla, nuove produzioni, nuovi addetti e risorse gestionali in grado di riempire quei vuoti. E quanto agli investimenti stranieri, sono bloccati dall’articolo 18, dalla mancanza di infrastrutture come il Tav Torino Lione, dalle tasse troppo alte che nessuno paga, o dalla corruzione e dalla burocrazia che il governo Monti si è tirato in casa? BCE e governo Monti sono destinati a imprimere una accelerazione decisiva al lungo declino dell’economia italiana.
In secondo luogo, se l’Italia è troppo grande per fallire, è anche – come ci viene ripetuto spesso – “troppo grande per essere salvata”. Qui sta la sua forza e la sua debolezza. La debolezza è quel continuo richiamo a fare “i compiti a casa” (un’espressione da deficienti) e a “cavarsela da sola” (sulla base, però, dei diktat di altri). Un compito impossibile, che i governi greci hanno già provato a svolgere nonostante la sua palese assurdità. La forza sta nel fatto che se il governo Italiano non sarà in grado di azzerare il deficit e dimezzare il debito, o anche solo di rifinanziarlo, perché il suo PIL precipita, “salta” anche l’euro – il che, forse, è già stato messo in conto. O verrà messo in conto tra poco – ma salta anche, probabilmente, l’Unione europea e con essa l’economia di mezzo mondo. E forse anche quella dell’altra metà. Non siamo più negli anni ’30, quando la partita si giocava tra cinque o sei Stati. Il circuito finanziario ha ormai coperto e avviluppato l’intero pianeta.
Un piano B per l’Europa deve innanzitutto evitare un default disordinato (come ormai viene chiamata la prossima bancarotta degli Stati a rischio di insolvenza; e non sono pochi) e promuovere un “concordato preventivo”: cioè un accordo che dimezzi in modo selettivo i debiti pubblici che non possono essere ripagati o che ne sterilizzi (con una moratoria delle scadenze) una buona metà. Il che trasferirebbe l’insolvenza sulle banche, costringendo anche la BCE e gli Stati più forti e arroganti a correre in loro soccorso: con nazionalizzazioni, “bad bank” e separando finalmente il credito commerciale dal pozzo senza fondo degli investimenti speculativi. Quanti più saranno gli Stati a rischio che si impegnano su questa strada, tanta maggiore sarà la forza per imporla.
Certamente, sia che l’euro venga conservato, sia che si torni alle vecchie divise, il caos economico che incombe sul paese e sull’Europa è spaventoso; ma non minore di quello in cui ci sta trascinando il tentativo di rinviare giorno per giorno una resa dei conti. In tempi di crisi valutaria, ciò con cui bisognerà fare i conti, a livello nazionale e locale, saranno gli approvvigionamenti: innanzitutto quelli energetici e alimentari. L’unica risorsa a cui attingere a piene mani nel giro di pochi mesi e pochi anni sono risparmio ed efficienza energetica. La condizione di paese bombardato apparirà allora in tutta evidenza: spente le luminarie che non servono per vedere ma per farsi vedere; auto ferme e mezzi pubblici strapieni (scarseggerà il carburante); orari cambiati per garantire il pieno utilizzo dei mezzi durante tutto l’arco della giornata; conversione in tempi rapidi – come all’inizio di una guerra – delle fabbriche compatibili con la produzione di impianti per le fonti rinnovabili o di cogenerazione, di mezzi di trasporto collettivi o condivisi a basso consumo; interventi sugli edifici per eliminarne la dispersione energetica. ecc. Giusto quello che si sarebbe dovuto fare – e ancora potrebbe essere fatto – in questi anni, con esiti economici certo migliori. Lo stesso vale per l’approvvigionamento alimentare: occorrerà restituire a ogni territorio la sovranità alimentare con un’agricoltura meno dipendente dal petrolio e un’alimentazione meno dipendente da derrate importate: una operazione da mettere in cantiere con una nuova leva di giovani da avviare a un’attività ad alta intensità di innovazione e di lavoro che potrebbe cambiare l’aspetto del paese. Analogamente occorrerà intervenire sul patrimonio edilizio inutilizzato, sul ciclo di vita dei materiali (risorse e rifiuti), su scuola, università, sanità con interventi che riducono gli sprechi e producono occupazione di qualità. Ma soprattutto ci vorrà una revisione generale degli acquisti quotidiani: spesa condivisa, rapporti diretti con il produttore e Km0 (i GAS), riduzione degli imballaggi e del superfluo, ricorso all’usato e alla riparazione e alla condivisione dei beni: tutti campi in cui il sostegno di un’amministrazione locale conta molto. E tante altre cose simili su cui occorre riflettere: sono tutti interventi da concepire, programmare e gestire a livello locale – con la partecipazione diretta della cittadinanza attiva – che potranno essere agevolati anche da un circuito parallelo di monete garantite dalle autorità locali, come era avvenuto con successo in molti paesi occidentali – compresa la Germania nazista – durante la grande crisi degli anni ’30. Fantascienza? Forse; comunque un programma meno irrealistico dell’idea di affidare alla liberalizzazione dei servizi e dei rapporti di lavoro la ripresa di una crescita che sottragga l’Italia al cappio del debito; e magari anche alla crisi ambientale – ah! questa sconosciuta! – che investe il pianeta.”
Salviamo la Grecia dai suoi salvatori
Scritto da Vicky Skoumbi, Dimitris Vergetis, Michel Surya* – il manifesto
Mercoledì 22 Febbraio 2012 07:37 –
Il caso greco e il suo epilogo sono arrivati a un punto di non
ritorno. La battaglia da fare per costruire un’altra Europa
Un appello agli intellettuali europei Nel momento in cui un giovane greco su due è disoccupato, 25.000 persone senza tetto vagano per le strade di Atene, il 30 per cento della popolazione è ormai sotto la soglia della povertà, migliaia di famiglie sono costrette a dare in affidamento i bambini perché non crepino di fame e di freddo e i nuovi poveri e i rifugiati si
contendono l’immondizia nelle discariche pubbliche, i “salvatori” della Grecia, col pretesto che i Greci “non fanno abbastanza sforzi”, impongono un nuovo piano di aiuti che raddoppia la dose letale già somministrata. Un piano che abolisce il diritto del lavoro e riduce i poveri alla miseria
estrema, facendo contemporaneamente scomparire dal quadro le classi medie.
L’obiettivo non è il “salvataggio”della Grecia: su questo punto tutti gli economisti degni di questo nome concordano. Si tratta di guadagnare tempo per salvare i creditori, portando nel frattempo il Paese a un fallimento differito.Si tratta soprattutto di fare della Grecia il laboratorio
di un cambiamento sociale che in un secondo momento verrà generalizzato a tutta l’Europa. Il modello sperimentato sulla pelle dei Greci è quello di una società senza servizi pubblici, in cui le scuole, gli ospedali e i dispensari cadono in rovina, la salute diventa privilegio dei ricchi e la
parte più vulnerabile della popolazione è destinata a un’eliminazione programmata, mentre coloro che ancora lavorano sono condannati a forme estreme di impoverimento e di precarizzazione.
Ma perché questa offensiva neoliberista possa andare a segno, bisogna instaurare un regime che metta fra parentesi i diritti democratici più elementari. Su ingiunzione dei salvatori, vediamo quindi insediarsi in Europa dei governi di tecnocrati in spregio della sovranità popolare. Si tratta di una svolta nei regimi parlamentari, dove si vedono i”rappresentanti del popolo” dare carta bianca agli esperti e ai banchieri, abdicando dal loro supposto potere decisionale. Una sorta di
colpo di stato parlamentare, che fa anche ricorso a un arsenale repressivo amplificato di fronte alle proteste popolari. Così, dal momento che i parlamentari avranno ratificato la Convenzione
imposta dalla Troika (Ue, Bce, Fmi), diametralmente opposta al mandato che avevano ricevuto,
un potere privo di legittimità democratica avrà ipotecato l’avvenire del Paese per 30 o 40 anni.
Parallelamente, l’Unione europea si appresta a istituire un conto bloccato dove verrà
direttamente versato l’aiuto alla Grecia, perché venga impiegato unicamente al servizio del debito. Le entrate del Paese dovranno essere “in priorità assoluta” devolute al rimborso dei creditori e, se necessario, versate direttamente su questo conto gestito dalla Ue. La
Convenzione stipula che ogni nuova obbligazione emessa in questo quadro sarà regolata dal
diritto anglosassone, che implica garanzie materiali, mentre le vertenze verranno giudicate dai tribunali del Lussemburgo, avendo la Grecia rinunciato anticipatamente a qualsiasi diritto di
ricorso contro sequestri e pignoramenti decisi dai creditori. Per completare il quadro, le privatizzazioni vengono affidate a una cassa gestita dalla Troika, dove saranno depositati i titoli
di proprietà dei beni pubblici. In altri termini, si tratta di un saccheggio generalizzato,
caratteristica propria del capitalismo finanziario che si dà qui una bella consacrazione
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Salviamo la Grecia dai suoi salvatori
Scritto da Vicky Skoumbi, Dimitris Vergetis, Michel Surya* – il manifesto
Mercoledì 22 Febbraio 2012 07:37 –
istituzionale.
Poiché venditori e compratori siederanno dalla stessa parte del tavolo, non vi è dubbio alcuno
che questa impresa di privatizzazione sarà un vero festino per chi comprerà.
Ora, tutte le misure prese fino a ora non hanno fatto che accrescere il debito sovrano greco, che, con il soccorso dei salvatori che fanno prestiti a tassi di usura, è letteralmente esploso sfiorando il 170% di un Pil in caduta libera, mentre nel 2009 era ancora al 120%. C’è da scommettere che questa coorte di piani di salvataggio – ogni volta presentati come ‘ultimi’- non ha altro scopo che indebolire sempre di più la posizione della Grecia, in modo che, privata di
qualsiasi possibilità di proporre da parte sua i termini di una ristrutturazione, sia costretta a cedere tutto ai creditori, sotto il ricatto “austerità o catastrofe”. L’aggravamento artificiale e coercitivo del problema del debito è stato utilizzato come un’arma per prendere d’assalto una
società intera. E non è un caso che usiamo qui dei termini militare: si tratta propriamente di una
guerra, condotta con i mezzi della finanza, della politica e del diritto, una guerra di classe contro un’intera società. E il bottino che la classe finanziaria conta di strappare al ‘nemico’ sono
le conquiste sociali e i diritti democratici, ma, alla fine dei conti, è la stessa possibilità di una
vita umana. La vita di coloro che agli occhi delle strategie di massimizzazione del profitto non producono o non consumano abbastanza non dev’essere più preservata.
E così la debolezza di un paese preso nella morsa fra speculazione senza limiti e piani di salvataggio devastanti diviene la porta d’entrata mascherata attraverso la quale fa irruzione un nuovo modello di società conforme alle esigenze del fondamentalismo neoliberista. Un modello
destinato all’Europa intera e anche oltre. E’ questa la vera questione in gioco. Ed è per questo
che difendere il popolo greco non si riduce solo a un gesto di solidarietà o di umanità: in gioco
ci sono l’avvenire della democrazia e le sorti del popolo europeo.
Dappertutto la “necessità imperiosa” di un’austerità dolorosa ma salutare ci viene presentata
come il mezzo per sfuggire al destino greco, mentre vi conduce dritto. Di fronte a questo
attacco in piena regola contro la società, di fronte alla distruzione delle ultime isole di
democrazia, chiediamo ai nostri concittadini, ai nostri amici francesi e europei di prendere
posizione con voce chiara e forte. Non bisogna lasciare il monopolio della parola agli esperti e
ai politici. Il fatto che, su richiesta dei governanti tedeschi e francesi in particolare, alla Grecia
siano ormai impedite le elezioni può lasciarci indifferenti? La stigmatizzazione e la denigrazione
sistematica di un popolo europeo non meritano una presa di posizione? E’ possibile non alzare
la voce contro l’assassinio istituzionale del popolo greco? Possiamo rimanere in silenzio di
fronte all’instaurazione a tappe forzate di un sistema che mette fuori legge l’idea stessa di
solidarietà sociale?
Siamo a un punto di non ritorno. E’ urgente condurre la battaglia di cifre e la guerra delle parole
per contrastare la retorica ultra-liberista della paura e della disinformazione. E’ urgente
decostruire le lezioni di morale che occultano il processo reale in atto nella società. E diviene
più che urgente demistificare l’insistenza razzista sulla “specificità greca” che pretende di fare
del supposto carattere nazionale di un popolo (parassitismo e ostentazione a volontà) la causa
prima di una crisi in realtà mondiale. Ciò che conta oggi non sono le particolarità, reali o
immaginari, ma il comune: la sorte di un popolo che contagerà tutti gli altri.
Molte soluzioni tecniche sono state proposte per uscire dall’alternativa “o la distruzione della
società o il fallimento” (che vuol dire, lo vediamo oggi, sia la distruzione sia il fallimento). Tutte
vanno prese in considerazione come elementi di riflessione per la costruzione di un’altra
Europa. Prima di tutto però bisogna denunciare il crimine, portare alla luce la situazione nella
quale si trova il popolo greco a causa dei “piani d’aiuto” concepiti dagli speculatori e i creditori a
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Salviamo la Grecia dai suoi salvatori
Scritto da Vicky Skoumbi, Dimitris Vergetis, Michel Surya* – il manifesto
Mercoledì 22 Febbraio 2012 07:37 –
proprio vantaggio. Mentre nel mondo si tesse un movimento di sostegno e Internet ribolle di
iniziative di solidarietà, gli intellettuali saranno gli ultimi ad alzare la loro voce per la Grecia?
Senza attendere ancora, moltiplichiamo gli articoli, gli interventi, i dibattiti, le petizioni, le
manifestazioni. Ogni iniziativa è la benvenuta, ogni iniziativa è urgente. Da parte nostra ecco
che cosa proponiamo: andare velocemente verso la formazione di un comitato europeo di
intellettuali e di artisti per la solidarietà con il popolo greco che resiste. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non adesso, quando?
*Rispettivamente redattrice e direttore della rivista Aletheia di Atene e direttore della rivista Lignes, Parigi.
Prime adesioni: Daniel Alvaro, Alain Badiou, Jean-Christophe Bailly, Etienne Balibar,
Fernanda Bernardo, Barbara Cassin, Bruno Clement, Danièle Cohen-Levinas, Yannick Courtel,
Claire Denis, Georges Didi-Hubermann, Ida Dominijanni, Roberto Esposito, Francesca Isidori, Pierre-Philippe Jandin, Jérome Lebre, Jean-Clet Martin, Jean-Luc Nancy, Jacques Ranciere, Judith Revel, Elisabeth Rigal, Jacob Rogozinski, Avital Ronell, Ugo Santiago, Beppe Sebaste,
Michèle Sinapi….
Non solo Ichino, ma anche Veltrusconi e il mantra dell’art. 18 No tabù:
“PD: VELTRONI, IO DI DESTRA? VENDOLA SI SCUSI
O PROBLEMA E’ POLITICO. Il vecchio vizio di attribuire l’ etichetta di traditore o nemico a chi non la pensa come te e’ pericoloso e inaccettabile. Non e’ possibile accettare l’ idea che chi non la pensa come Vendola e’ di destra. Le scuse di Nichi sarebbero gradite”. Cosi’ Walter Veltroni, in una
conferenza stampa che sottolinea essere la prima dal 2009, si sfoga contro l’intervista del leader di Sel che, commentando le parole dell’ ex segretario Pd sull’ articolo 18, lo ha definito
esponente di una destra “colta e con il loden”.
“Voglio rispondere a questa affermazione di Vendola non
tanto perche’ mi riguarda, ma perche’ ha in se’ un’ idea di
politica che non condivido e che mi preoccupa”. Veltroni ha poi spiegato di attendersi delle scuse da Vendola: “spero si sia trattato di un incidente, che quelle parole gli siano sfuggite e non siano una linea politica” perche’ “se quel che ho detto, e che e’ la posizione del Pd, non va bene a Vendola, allora c’ e’ un problema, c’ e’ una questione politica. Sarebbe la spia
di qualcosa di piu’ profondo”(AGI).
———
PD. MUSSI (SEL) A VELTRONI: DI DESTRA DIRE CHE ART. 18 NON É TABU
(DIRE) Roma, 28 feb. – “Si’, caro Walter, brutta cosa appiccicare
etichette. Come quelle che nel 2008 portarono all’ esclusione
della sinistra “per definizione” solo e sempre “radicale”, e ad una drammatica sconfitta elettorale del centrosinistra. O come
quella che ogni giorno mette d’ autorita’ fuori dal campo
“riformismo” chiunque non canti nel coro della sterminata
maggioranza economica, politica e mediatica che sostiene il
governo in carica”. Sel affida al presidente della direzione
nazionale Fabio Mussi la replica a Walter Veltroni che vuole le scuse di Nichi Vendola per averlo definito ‘ di destra’.
“Mi pare- aggiunge Mussi- che Nichi Vendola abbia parlato dopo una tua specifica intervista, dove tra l’ altro si leggeva il mantra che va per la maggiore: “l’ articolo 18 non e’ un tabu'”.
Ritenere di destra l’ ormai lungo e sistematico smantellamento del
diritto del lavoro, sino alla gia’ realizzata estromissione della Costituzione dalle aziende Fiat, per esempio, e alla volonta’ di abrogare le protezioni (in verita ‘ molto, molto riformiste….)
dello Statuto dei Lavoratori, e’ un giudizio di merito. Su tale giudizio occorre discutere. Consiglierei di far riposare Lama, Trentin e Berlinguer e gli altri esponenti storici della sinistra del nostro Paese. Chi, come te rivendica una vita a sinistra, dovrebbe pensare piuttosto al posto della sinistra nel futuro
dell’ Italia. A meno che, naturalmente, – conclude Mussi – non si sia voluto parlare a nuora”.
Basta parlare di articolo 18! E’ assodato dove non c’è welfare come in Italia è arrivato l’articolo 18…segno straordinario di civiltà.
Nessuno di questi geni della politica ha mai pensato di esportarlo invece che metterlo in discussione?
A nesuno è mai venuto in mente di disperdere energie nel “FERTILIZZARE” le risorse umane giacenti nel mondo del lavoro con formazione continua?
Ma come pensiamo di farcela contro un mondo emergente pieno di manodopera a basso costo se non con la specializzazione?
possiamo dare lezioni di civiltà, e l’art. 18 è un capitolo della materia. La grezza volontà di fare dell’essere umano bestia da soma dà il risultato a cui assistiamo. Mi faccio meraviglia di Veltroni, ma sarà per volontà di far parlare di sé, anche lui come molti, il che è il male minore anche se deleterio, perchè se fosse convinto di quello che dice sarebbe troppo grave: da cambiare partito e latitudine.
roberta
La leader della Cgil, Susanna Camusso ci va giù pesante con Walter Ego Veltroni. VeltronJohn l’americano (ribattezzato anche “Walterloo Veltroni” dopo la sconfitta con Berlusconi) che aveva auspicato una riforma dell’art. 18.
Susanna Camusso nel corso della trasmissione “La storia siamo noi”risponde all’ex segretario del Pd, Walter Veltroni, che recentemente aveva inviatato il sindacato ad ragionare sulla possibilita’ di riformare l’articolo 18 accusando la Cgil di “posizione ideologiche”.:
“Aveva detto che andava in Africa….aveva annunciato progetti importanti per la sua esistenza che non ha portato a termine”.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
LADRI DI FUTURO
Tanti motivi per mantenere intatto l’articolo 18
Al centro delle divergenze negli incontri tra governo e sindacati sul mercato del lavoro c’è soprattutto la revisione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che tutela dai licenziamenti senza giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti.
Il Ministro Fornero ne proporrebbe una modifica peggiorativa introducendo il licenziamento individuale per ragioni economiche, con indennizzo monetario al posto del reintegro se ritenuto illegittimo dal giudice. L’articolo 18 e l’obbligo di reintegro da parte dell’impresa resterebbe valido solo per licenziamenti legati ad atti discriminatori (per motivi politici, culturali, religiosi, ecc.). Le nuove regole sui licenziamenti si applicherebero inizialmente ai nuovi assunti ma non è escluso che, dopo un paio d’anni, siano estese a tutti i lavoratori,.
Monti e la sua compagine governativa dovrebbero riflettere sull’errore che si apprestano a compiere, per tanti motivi.
– UNA NORMA DI CIVILTÀ
– LE VERA EMERGENZA È LA PRECARIETA’, NON I LICENZIAMENTI FACILI
– LA LIBERTÀ DI LICENZIAMENTO ESISTE GIÀ
– UNA MODIFICA DELL’ART. 18 È DANNOSA PER LA PRODUTTIVITÀ GENERALE DELL’IMPRESA, PER LA CRESCITA E PER LE ESPORTAZIONI
– GLI INDUSTRIALI SONO CONTRARI A TOCCARE L’ART. 18
– NON È VERO CHE LE PICCOLE IMPRESE SOTTO I 15 DIPENDENTI NON SI INGRANDISCONO A CAUSA DELL’ART. 18
– UNA MODIFICA DELL’ART. 18 È DANNOSA PERCHÈ PROVOCA UNA MAGGIORE MODERAZIONE SALARIALE, QUINDI RECESSIONE
– UNA MODIFICA DELL’ART. 18 SIGNIFICA AVALLARE, DI FATTO, LICENZIAMENTI DISCRIMINATORI
– COMPORTERÀ UN INDEBOLIMENTO GENERALE DELLE TUTELE DA PARTE DEI LAVORATORI
– IN ITALIA CI SONO GIÀ TROPPI DISOCCUPATI
– LA MODIFICA DELL’ARTICOLO 18 NON SERVE ALLA CRESCITA NÈ A RICHIAMARE CAPITALE DALL’ESTERO.
– PIÙ LIBERTÀ DI LICENZIARE NON PORTA LE IMPRESE AD ASSUMERE
– L’EUROPA E L’ARTICOLO 18
– L’UNICA MANUTENZIONE UTILE PER L’ART. 18 È RENDERE PIÙ RAPIDI I PROCESSI
UNA NORMA DI CIVILTÀ. L’art.18 dello Statuto dei lavoratori è una norma di civiltà inderogabile che afferma il valore del lavoro su cui la Costituzione italiana fonda il senso della nostra Repubblica: cancellare questo articolo vorrebbe dire, di fatto, uscire dallo spirito della Costituzione. La platea effettiva di lavoratori coperti dall’articolo 18 dello Statuto sono la prova dell’importanza di questo strumento anche in termini numerici: quasi due lavoratori su tre sono tutelati da questo provvedimento, pari al 65% dei dipendenti italiani, ovvero 7,8 milioni di operai e impiegati su quasi 12 milioni presenti in Italia.
LE VERA EMERGENZA È LA PRECARIETA’, NON I LICENZIAMENTI FACILI
a) Dal 1998 al 2008 il numero di primi contratti a tempo indeterminato si è ridotto dal 55 al 40 per cento, una riduzione costante già prima della crisi.
b) L’ultimo studio dell’Istat sull’occupazione nel quinquennio 2005-2010, informa che, nel nostro Paese, su cento nuove assunzioni oltre settanta sono a tempo determinato, precisamente il 71,5%, e quasi un lavoratore su due (il 47,3%) esce dalle grandi imprese proprio per la scadenza dei termini del contratto.
c) Dalle tabelle Ocse pubblicate a gennaio 2012 arrivano dei dati che posizionano l’Italia tra i paesi più flessibili al mondo in ambito lavorativo e di licenziabilità. Secondo gli indici dell’Ocse per un imprenditore italiano e’ molto più facile licenziare un dipendente di quanto non lo sia per un imprenditore di un qualunque altro Paese europeo. L’indice di flessibilità per i lavoratori a tempo indeterminato si attesta infatti all’1,77, di molto al di sotto della media mondiale che e’ di 2,11. I dati OCSE dicono inoltre che su 100 occupati solo 14 sono a tempo indeterminato: siamo dunque un Paese dai licenziamenti facili e dalla diffusa precarietà, come ben sanno i lavoratori: altro che eccessiva rigidità!
LA LIBERTÀ DI LICENZIAMENTO ESISTE GIÀ
a) In base alle leggi esistenti (art. 30 della legge 183 del 2010, legge 604 del 1966 e 223 del 1991) e ai Contatti Collettivi Nazionali, i datori di lavoro possono licenziare, riducendo il personale e mettendo in mobilità i lavoratori. La legge legge 604 del 1966 prevede che il licenziamento individuale può essere liberamente intimato sia per motivi oggettivi di carattere economico (ragioni tecniche organizzative e produttive, nelle quali sono normalmente richiamati motivi economici, crisi, calo di domanda, diminuzione dei costi, riorganizzazione, ecc.) sia per motivi soggettivi dovuti al notevole inadempimento agli obblighi contrattuali del lavoratore o ad una colpa grave costituente “giusta causa” (le mancanze disciplinari del lavoratore). Vi è poi la possibilità, ampia ed incondizionata, di riduzione del personale con i licenziamenti collettivi (legge 223/91): tale normativa richiede solamente il rispetto di una procedura e di una verifica giudiziaria per eliminare tutti i lavoratori che l’azienda ritiene in esubero.
b) i licenziamenti per riduzione di personale avvengono quotidianamente da parte di aziende con meno di 16 dipendenti, che non hanno altro onere che quello di pagare un’indennità di preavviso molto più bassa di quella prevista in altri Paesi europei: solo ove un giudice accerti che le motivazioni addotte non sono vere, dovrà pagare un’ulteriore indennità, comunque non superiore a sei mensilità
c) nel 2010, sono stati estromessi in forma lecita dal mercato del lavoro (parzialmente o in maniera definitiva tramite cassa integrazione, disoccupazione, mobilità) circa 4 milioni di lavoratori, un terzo del totale iscritto all’istituto previdenziale: il totale è consultabile nel Bilancio 2010 dell’Inps
d) L’Italia (con il Belgio) è l’unico paese nel quale la legge non garantisce un periodo minimo di preavviso, in molti ordinamenti superiore al mese. L’Italia è uno dei pochi paesi europei che non riconosce alcuna forma di indennizzo economico per chi è licenziato legittimamente
e) La giurisprudenza italiana degli ultimi anni ha progressivamente “liberalizzato” il licenziamento per giustificato motivo oggettivo; un orientamento che il governo Berlusconi ha inteso rafforzare con la norma del “Collegato lavoro” che preclude al giudice di estendere il proprio controllo “al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro” (art. 30, co. 1,l. n. 183/2010).
Qualche illustre professorone della Bocconi o giuslavorista spieghi ora la necessità di modificare l’art. 18, dopo queste verità oggettive. Nasce invece legittimamente il sospetto che il cambiamento di questo articolo sia solo un bieco pretesto antisindacale.
UNA MODIFICA DELL’ART. 18 È DANNOSA PER LA PRODUTTIVITÀ GENERALE DELL’IMPRESA, PER LA CRESCITA E PER LE ESPORTAZIONI
Come abbiamo visto il grado di flessibilità (precarietà) del sistema economico italiano è aumentato in modo rilevante negli ultimi vent’anni, ma non è stato accompagnato da una corrispondente crescita della produttività. Infatti introducendo nuova flessibilità in uscita e in entrata, le imprese hanno perso la spinta a innovare tecnologicamente e ad aumentare la quota di capitale tecnico per addetto per mantenere alto il margine di profitto, il quale viene invece garantito dai bassi salari dovuti alla precarietà del lavoro. Dunque tra aumento della precarietà e diminuzione della crescita e delle esportazioni, passando attraverso una precipitazione della qualità dei prodotti e quindi di competitività del sistema nel suo complesso, vi è una precisa relazione di causa ed effetto riscontrabile anche empiricamente. Tutto ciò ci fa capire quanto sia inutile e controproducente una modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Soltanto una destra stolta può accanirsi nel puntare a recuperare competitività delle imprese e occupazione con l`arretramento delle condizioni e dei diritti dei lavoratori. Senza contare che l’allentamento dell’art. 18 introdurrebbe una logica del conflitto che difficilmente gioverebbe al sistema produttivo italiano.
GLI INDUSTRIALI SONO CONTRARI A TOCCARE L’ART. 18
a) Un grande sondaggio condotto fra i manager delle imprese di tutt’Italia sui problemi che bloccano la crescita, pubblicato a gennaio, ha dato un risultato del tutto opposto rispetto alle idee di Fornero e Monti: il 99 per cento ha indicato diverse cause, e nessuna l’articolo 18.
b) Anche per Giorgio Squinzi, vice presidente di Confindustria per l’Europa, «la licenziabilità dei dipendenti è forse l’ultimo dei nostri problemi».
c) Un industriale come Carlo De Benedetti ha dichiarato che l’art. 18 non gli è mai servito nella gestione d’impresa.
d) Per le medie e grandi imprese che puntano sugli investimenti, sul progresso tecnologico e sulle competenze, l’articolo 18 non è ragione di ostacolo: le dirigenze tengono molto al loro capitale umano.
e) il lavoro stabile e competente aiuta le imprese nella qualità produttiva.
NON È VERO CHE LE PICCOLE IMPRESE SOTTO I 15 DIPENDENTI NON SI INGRANDISCONO A CAUSA DELL’ART. 18
a) Confindustria, in un sondaggio tra i propri aderenti ha rilevato che, fra le cause del mancato ampliamento delle aziende, gli imprenditori mettono al primo posto l’insufficienza delle domanda (segnalata dal 48,5 per cento del campione), seguita dalla mancanza di capitali (47,9), mentre gli ostacoli sindacali finiscono di gran lunga all’ultimo posto della classifica (con solo il 6,5 per cento).
b) Le piccole imprese con meno di 15 addetti non sarebbero avvantaggiate dalla modifica dell’articolo 18 in quanto la norma già le esclude dall’applicazione
c) Fra le piccole imprese, quelle micro che occupano meno di 10 addetti rappresentano il 95% del totale delle imprese, quindi è molto limitato il numero di quelle che arrivano vicino a 15 dipendenti.
UNA MODIFICA DELL’’ART. 18 È DANNOSA PERCHÈ PROVOCA UNA MAGGIORE MODERAZIONE SALARIALE, QUINDI RECESSIONE.
A causa della legge della domanda e dell’offerta, un eccesso di offerta di manodopera dovuta a maggiori licenziamenti determinati dall’art. 18, provocherà poi un abbassamento dei salari, quindi la domanda di merci diminuirà, e perciò ne risentirà anche la produzione e quindi l’occupazione e di conseguenza anche le entrate fiscali, per cui si avrà un generale aumento della recessione e della caduta del PIL. Con buona pace della tanto sbandierata “crescita” di cui si riempie la bocca il prof. Monti.
UNA MODIFICA DELL’ART. 18 SIGNIFICA AVALLARE, DI FATTO, I LICENZIAMENTI DISCRIMINATORI
Togliere l’art. 18 per i soli “licenziamenti economici illegittimi” significa avallare, di fatto, i licenziamenti discriminatori. Se infatti le ragioni oggettive e soggettive invocate nei licenziamenti individuali non sono vere, un motivo sottostante c’è sempre, ma è inconfessabile e mascherato: è un motivo discriminatorio.
Nella esperienza giudiziaria i licenziamenti discriminatori (per razza, sesso, opinioni politiche e religiose, ecc.) sono sempre motivati con ragioni tecniche, organizzative e produttive, crisi economica, riduzione dei costi, ecc: non c’è nessun caso, tra i milioni di licenziamenti degli ultimi 40 anni, in cui il motivo é esplicitato: “Ti licenzio perché ebreo, donna, comunista, negro, cattolico, gay, sindacalista ecc.!”. Le sentenze che annullano i licenziamenti discriminatori sono per questo rarissime, anche perché l’onere di provare il motivo illecito è a carico del dipendente e questa è una “prova diabolica”
COMPORTERÀ UN INDEBOLIMENTO GENERALE DELLE TUTELE DA PARTE DEI LAVORATORI
a) Snellire le procedure di licenziamento attraverso licenziamenti per motivi economici illegittimi farà sì che tutti gli altri diritti, come il rispetto della professionalità, la tutela dal mobbing, la giusta retribuzione, il diritto ai contributi assicurativi e previdenziali, la tutela della integrità psico-fisica sul lavoro e dalle molestie sessuali, ecc. verranno poco o nulla tutelati: quale lavoratrice o lavoratore infatti si rivolgerebbe al Giudice per il loro riconoscimento se poi può perdere definitivamente il posto di lavoro per un “licenziamento per motivi economici ” anche se illegittimo?
b) l’attacco all’articolo 18 serve ad esercitare una pressione sul movimento sindacale, i cui attivisti entrano di forza nelle liste di licenziamento. Dunque avrebbe anche l’effetto di indebolire l’organizzazione dei lavoratori sui posti di lavoro, creando un sistema di relazioni industriali e di lavoro che esclude la possibilità di un movimento sindacale che tuteli gli interessi dei più deboli.
c) si introduce una «eccezione limitata», che poi si estende e diventa la norma. Era accaduto anche per i «contratti atipici», e poi per il «modello Pomigliano», che, si giurava sarebbe valso solo per lo stabilimento campano….
IN ITALIA CI SONO GIÀ TROPPI DISOCCUPATI
Il numero dei disoccupati in Italia è salito a 2 milioni 312 mila, , in aumento del 2,8% rispetto a dicembre 2011. Se aggiungiamo anche il numero degli scoraggiati che non cercano più lavoro ma lo vorrebbero, i quali, secondo l’Istat, sono 2,7 milioni, si arriva alla cifra astronomica di 5 milioni di individui! Per i giovani tra i 15 e i 24 anni il tasso dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca di lavoro, è addirittura al 31,1%. Ci sono poi studi di Confindustria che stimano essere a rischio nel 2012 più di 200 mila posti di lavoro e 800 mila nuovi disoccupati. Nel pieno della crisi, con la manovra appena approvata che già colpisce duramente i lavoratori, ridurre loro anche questa forma di tutela sarebbe un incomprensibile atto di fanatismo ideologico ai limiti dell’irresponsabilità. E la beffa è che lo si proclama pure in nome dei giovani! E’ un’autentica follia. In una situazione di questo tipo occorrerebbero misure di segno opposto a quelle prospettate, come il blocco dei licenziamenti e della chiusura delle aziende, l’estensione della tutela dell’articolo 18 a chi non ce l’ha, piani industriali, politiche per lo sviluppo della domanda, ecc.
LA MODIFICA DELL’ARTICOLO 18 NON SERVE ALLA CRESCITA NÈ A RICHIAMARE CAPITALE DALL’ESTERO.
Se la crescita è scarsa e le aziende straniere non investono volentieri in Italia non è certo per timore dell’articolo 18, ma perché manca la domanda di beni e servizi, ci sono diffusi fenomeni di corruzione su ogni passaggio dei processi autorizzativi, si teme la macchinosità e la lentezza della nostra burocrazia, c’è arretratezza di infrastrutture, conoscenza, formazione, tecnologia, ricerca, innovazione di prodotto, la piaga della criminalità organizzata è diffusa, il nostro sistema giudiziario è lento, lo Stato ritarda il pagamento delle forniture, il sistema fiscale è esagerato e andrebbe diminuito come fece a suo tempo Prodi col il cuneo fiscale, facendo costare meno il lavoro a tempo indeterminato e di più il lavoro precario; e poi viene dato scarso accesso al credito alle imprese, perché gli istituti bancari hanno ricevuto (loro sì!) una “paccata” di soldi dalla Bce al tasso dell’1%, ma anziché prestarlo a famiglie e imprese, lo hanno investito massicciamente in titoli di Stato, facendo scendere, per la legge della domanda e dell’offerta, il tasso di rendimento dei titoli di Stato e lo spread.
Sono vent’anni che si fanno profitti abbassando i salari e riducendo le tutele dei diritti, utilizzando il precariato a più non posso, e il risultato è che i ricavi le imprese li mettono nella speculazione finanziaria anzichè nell’innovazione tecnologica per migliorare la produttività che è diminuita; le esportazioni sono perciò calate, la disoccupazione è aumentata, il Pil non cresce più, il Paese nel suo complesso continua ad impoverirsi e si trasferiscono le conseguenze delle inefficienze delle imprese sull’intera collettività, aumentando di conseguenza il debito pubblico.
La crescita, pure quella tedesca, è il risultato anche di sistemi di gestione più democratici, di interventi pubblici, di disuguaglianze storicamente più basse, di livelli di istruzione più alti, di politiche industriali più oculate e maggiori investimenti in nuovi settori.
Non è la crescita a generare occupazione, ma esattamente il contrario, dunque a che serve una maggiore libertà di licenziamento?
PIÙ LIBERTÀ DI LICENZIARE NON PORTA LE IMPRESE AD ASSUMERE
a) Su tredici ricerche realizzate, nove di esse danno risultati indeterminati, tre segnalano che la maggior flessibilità del lavoro riduce l’occupazione e aumenta la disoccupazione, e una soltanto segnala che la flessibilità riduce la disoccupazione (cfr. T. Boeri and J. van Ours, The economics of imperfect labor markets, Princeton University Press 2008).
b) Perfino Blanchard, del Fondo Montario Internazionale, dopo un’accurata disamina dei principali lavori empirici sul tema, giunge a una conclusione secca: «le differenze nei regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi» (O. Blanchard, “European unemployment: the evolution of facts and ideas”, Economic policy 2006). v. Emiliano. Brancaccio.
c) È la domanda che manca, arrivano poche commesse, i dipendenti che già ci sono bastano e avanzano, c’è la crisi dei consumi: ecco perché non ci si lancia in nuove assunzioni.
d) anche la legge “Biagi” è stata approvata col fine di avere più occupazione e meno precarietà e gli esiti disastrosi sono ora sotto gli occhi di tutti.
e) Non esiste un solo precedente, nella storia dell’industria italiana, in cui la flessibilità nel mercato del lavoro abbia portato a un più alto senso di responsabilità delle imprese. Non c’è alcuna ragione logica per pensare che le imprese, una volta libere di licenziare, acconsentiranno poi volentieri ad assumere
L’EUROPA E L’ARTICOLO 18
a) la possibilità per il giudice di reintegrare un lavoratore illegittimamente licenziato non rappresenta affatto una peculiarità italiana, essendo prevista negli ordinamenti di altri 14 paesi dell’Unione Europea su un totale di 27
b) all’interno del Trattato di Lisbona c’è una norma che dice che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ha lo stesso valore giuridico dei trattati. Dunque nessuna delle norme che sono contenute nella Carta può diminuire il livello di garanzia raggiunta all’interno di un singolo Stato. Se ci sono nazioni che hanno garanzie più forti, come noi per esempio, l’Europa non ci obbliga affatto a ridurne il livello.
c) In Germania c’è qualcosa di molto simile all’art. 18: l’imprenditore che voglia licenziare un dipendente deve comunicarlo al consiglio di azienda. Se il sindacato riterrà non fondato il provvedimento, il dipendente ha il diritto di rimanere al suo posto fino al termine del processo. Se poi il giudice stabilisce che effettivamente il licenziamento non era giustificato, l’imprenditore ha l’obbligo di reintegrare il dipendente in organico.
d) in Germania è largamente usata la flessibilità interna all’azienda, ovvero la riduzione dell’orario di lavoro per evitare la pioggia dei licenziamenti. E’ anche grazie a questo che la Germania ha avuto perfomances occupazionali anche dentro questa crisi
L’UNICA MANUTENZIONE UTILE PER L’ART. 18 È RENDERE PIÙ RAPIDI I PROCESSI
Il contenzioso, in caso di licenziamento, si dovrebbe concludere entro un termine massimo di tre mesi. Sui tempi del processo e’ interesse intervenire sia da parte dell’imprenditore sia del lavoratore, anche se le cause giudiziarie che riguardano l’art. 18 sono poche, in relazione alla forza lavoro, e i reintegri ordinati dal giudice vengono stimati, da più parti, in 5-600 unità l’anno.
CONCLUSIONE
Come si è visto, voler conservare diritti costituzionali non é bloccare le riforme o lo sviluppo economico, ma semplicemente mantenere un accettabile livello di civiltà, di coesione sociale, di garanzia,
L’obiettivo del governo Monti è invece quello di lasciare libero spazio all’arbitrio delle imprese, facendo compiere un salto di qualità alla ricattabilità di lavoratrici e lavoratori, per arrivare a un modello che unisca l`insicurezza a un sistema di contrattazione nordamericano e a salari cinesi. Insistere ancora sull’articolo 18 e’ inutile rispetto alle esigenze della nostra economia e alle reali necessità del nostro mercato del lavoro, e rappresenta la continuazione ideologica di una politica neoliberista e di destra che pensa di risolvere i problemi finanziari e della crescita colpendo tutele e stato sociale: un’idea raccapricciante di “modernità” del resto non nuova, perchè molto simile a quella di Berlusconi e Tremonti.
Monti, anche in questo, si rivela fedele esecutore delle politiche economiche suicide che la Germania e la BCE stanno imponendo a tutti i Paesi europei, fondate su sacrifici, privatizzazioni, riduzione dei diritti dei lavoratori e delle tutele sociali: politiche che stanno facendo piombare l’Europa e il nostro Paese in una nuova fase di recessione e disoccupazione.
CON LE GRANDI RICCHEZZE, CON LE BANCHE, LE ASSICURAZIONI E I PETROLIERI MONTI USA IL GUANTO DI VELLUTO, MA QUANDO SI TRATTA DI LAVORATORI E PENSIONATI VA AVANTI CON LA SCURE!
SE LA CGIL E GLI ALTRI SINDACATI NON RIESCONO A PORRE UN ARGINE ALLE MISURE NEFASTE DI QUESTO GOVERNO, SARANNO SEMPRE PIÙ FLEBILI LE TUTELE NEL MONDO DEL LAVORO E I SINDACATI SI RIDURRANNO A DIVENTARE UN GRANDE PATRONATO ASSISTENZIALE PRIVO DI CAPACITÀ CONTRATTUALE E DI DIFESA NEI CONFRONTI DEL MONDO DEL LAVORO.
MA NON PUÒ ESSERE COSÌ! SE IL GOVERNO MONTI ANDRÀ AVANTI SULLA STRADA DELL’ATTACCO ALLE CONQUISTE E AI DIRITTI DEI LAVORATORI SI APRIRÀ UNA FASE NON BREVE DI LOTTA.
QUESTA VOLTA NON CI SARÀ SOLO LA FIAMMATA DI UNO SCIOPERO GENERALE, MA, COME HA DETTO SUSANNA CAMUSSO, “TANTI SCIOPERI ARTICOLATI, PROTESTE MIRATE, DURATURE, PIÙ DOLOROSE”!
18 marzo 2012
Eccellente il pezzo di Rino Formica: ” Un socialista che non appartenga agli spiriti animali ma che sia figlio dello spirito razionale dell’eguaglianza, non piange sulla fine della concertazione, del consociativismo parlamentare e consiliare e sulla caduta dell’ideologia del corporativismo sociale Un socialista, però, sa che tutta questa roba, di cui si annuncia la fine, è nei fondamentali ideologici della Carta costituzionale. Stabilità, governabilità e vincolo estero non sono bestemmie. Sono contenitori di materiale politico e sociale. La Costituzione italiana è fondata sul lavoro, inteso come principio fondamentale (da art. 1 ad art. 12). La Costituzione europea è fondata sulla tutela delle regole del mercato. Le due Costituzioni sono in rotta di collisione.
E’ in corso la costituzionalizzazione del principio della prevalenza assoluta sulla legislazione nazionale dell’ordinamento giuridico europeo attuale e futuro. Questa decisione, senza verifica referendaria popolare, annuncia la fine della Costituzione italiana fondata sul lavoro. Le decisioni del governo Monti in materia di stato sociale, sono coerenti con la lettera Trichet-Draghi, ma non sono in armonia con la nostra Carta costituzionale. Tutto ciò è in regola nel centrodestra, motore degli spiriti animali. Ma come la mettiamo con la sinistra che nacque in Europa e in Italia per tutelare gli spiriti umani? La legittimazione democratica di un governo di tecnici può essere sanata da un voto del Parlamento. Ma la legittimazione democratica di un mutamento costituzionale richiede un voto popolare. Se i provvedimenti del governo Monti, assunti con l’inizio della primavera dell’anno 2012, dovessero aprire la strada a un sussulto di vitalità della sinistra europea e italiana di tradizione socialista, cristiana e libertaria, sarà vera primavera. Altrimenti l’inverno sociale arriverà prima del cambio di stagione. Fraternamente
Rino Formica
[…] dello statuto del lavoratori di grande civiltà, ho già scritto. Volerlo abolire è una sorta di sindrome cinese che se dovesse contagiarci ci potrebbe far amaramente pentire come la Apple si è pentita dopo i […]
[…] che credo faranno prima i cinesi a chiedere l’articolo 18 che tutti gli altri ad abolirlo (sindrome cinese). Allora forse terminerà questa indecente litania contro una legge che impedisce che un […]
[…] non si troverà nel rendere tutti precari per un dato di fatto incontrovertibile: gli italiani non impareranno mai ad essere cinesi, semmai insegneranno ai cinesi (o pachistani, rumeni, indiani) a fare come gli italiani. Ad esigere […]
[…] non si troverà nel rendere tutti precari per un dato di fatto incontrovertibile: gli italiani non impareranno mai ad essere cinesi, semmai insegneranno ai cinesi (o pachistani, rumeni, indiani) a fare come gli italiani. Ad esigere […]