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INGRID BETANCOURT E DINTORNI

Gli abiti stinti dei falsi democratici

Parliamo d’altro chiedono dal blog. Usciamo dalle stanze da letto. Sì parliamo d’altro. Di Ingrid per esempio che con gioia di ogni donna è stata liberata. Lei stava male e non mangiava, lei è magrissima e sofferente. Lei è una donna che ha dovuto soffrire per poter esistere. Sei anni di prigionia sono un tempo infinito che può distruggere, ma l’esile donna ce l’ha fatta a resistere. Siamo forza della natura, è dimostrato. I guerriglieri e le Farc di Bogotà non hanno vinto contro la piccola ma tenace Ingrid Betancourt. La sua militanza per i diritti umani è causa della sua prigionia e ragione della resistenza che l’ha aiutata vivere in tutto questo tempo. Dicono che sia viva, ma distrutta. Rapita il 23 febbraio 2002 dalle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia era nascosta nella giungla come una sepolta viva. Poi da Radio Caracul le sue prime parole: “Prima di tutto voglio ringraziare Dio e i soldati della Colombia” Dalla base militare di Toleimada Ingrid è scesa e dopo di lei gli altri 14 ostaggi liberati. Aveva fondato il movimento di centro-sinistra “Partido Verde Oxigeno”. Era candidata alla presidenza della Repubblica colombiana. Ripresenterà la sua candidatura e molto alte saranno le probabilità di vittoria. E’ caro il prezzo del progresso femminile da qualsiasi parte del globo lo si osservi. Le affermazioni di tanti ipocriti in favore di lei mi fanno sorridere con amarezza. Sono dissimulatori per entrare una volta in più nella giostra dei lanci di agenzia. Gliene importa un fico secco della sorte di questa come di altre donne. Il loro stile di vita, il loro cinismo e attaccamento alla poltrona contro tutte le donne e i diritti in generale delle persone lo dimostrano; ma vestendosi di un abito tinto di democrazia scagliano dichiarazioni per entrare nelle case della gente attraverso stampa e tv e far credere che esiste babbo natale. Basterebbe sciacquare in acqua il loro abito tinto per farlo tornare al grigiore della scarsa fantasia nel cooperare in campo di diritti, se non addirittura trovare sotto il lilla o il fucsia di cui sembrano interessarsi, il nero pece della loro coscienza. Dell’esclusione, del muri, del buio che impera nelle menti chiuse ad ogni possibile barlume e chiarore sugli altri che non siano se stessi allo specchio. Riempitevi pure la bocca di parole inutili sulle donne vittime di questo o quello. Fregiatevi del loro successo quando sono riuscite a liberarsi, o qualcun altro le ha liberate. Voi, oltre che confinarle le donne, che cosa avete fatto per non impedire che divenissero cittadine di un mondo uguale per tutti? Le parole di circostanza, le frasi di esaltazione e falsa partecipazione alla gioia della liberazione, il vostro indecente appropriarvi dei meriti altrui, non sono altro che un piccolo dito dietro cui ascondervi, che di fatto non vi nasconde ma vi mostra in tutta la brutta immagine che date di voi stessi nonostante le tinture ai vestiti a il maquillage di facciata fintamente democratico. L’appello per Ingrid Betancourt premio nobel, benché altri se ne siano poi gloriati è stato lanciato, per dovere di cronaca, dall’Unità con il gruppo Abele e Libera. Andate sui loro siti. O scrivete, in campo neutro, all’Udi di Ferrara che ha predisposto questo indirizzo: [email protected] Wanda Montanelli

UN CAVALLO DI TROIA DENTRO CUI ALBERGARE

. Una truppa. Una sorta di plotone di pace, armato di civili proteste, diritti disattesi, e articoli costituzionali sospesi tra la solennità della Carta e la penuria di concretezza giuridica con cui vengono applicati. Ecco chi siamo. Informati, preparati, per niente al mondo avvezzi al concetto della sottomissione. Qualsiasi potere può essere sfidato, se è esercitato nella iniquità, nella ingiustizia. E’ questo che Wanda Montanelli ci ha insegnato in tutto questo tempo in cui – chi più, chi meno – l’abbiamo seguita e sostenuta. Lei, come una contemporanea Ulisse in elegante tailleur e un bel taglio biondo e vaporoso, ci ha indicato la via più complessa (ma in qualche modo l’unica) per ritornare a una Itaca/Italia che ci assomigli un po’ di più. Lei, come il grande omerico eroe, ha saputo tirare fuori dal cilindro del proprio lungimirante ingegno una soluzione definitiva ad una guerra di Troia non ancora in realtà troppo pubblicizzata: un cavallo, dentro cui albergare pieni di speranza e aspettative. Una causa civile. Presso il tribunale di Milano. Contro Antonio Di Pietro. Prima udienza 11 giugno 2008. Niente di meglio (o di peggio, a seconda dei punti di vista) per poter battagliare colui che con ferrea risolutezza, ha tralasciato i valori sulle cui solide fondamenta ha tuttavia costruito il proprio destino e le proprie fortune politiche. Un cavallo di giustizia, che è poi il cavallo di battaglia per tutti quelli che credono ad una “Italia dei Valori” che di questa definizione non ne detenga solo l’epiteto. Un cavallo, dentro cui Wanda, e noi – striscioni e cartelloni alla mano, inneggianti alla giustizia, alla equità tra i sessi, alla parità tra i generi e richiamando ad una più naturale democraticità di un sistema politico/istituzionale ancora troppo distante dalle formali trascrizioni costituzionali – non ci siamo nascosti. Alla luce del sole, siamo qui a chiedere, a pretendere. A esigere che giustizia sia fatta. Uno schiaffo alla omertà, ai pusillanimi giochi di potere, ai poltronismi beceri, ai nepotismi, e alla indifferenza con cui l’esigenza di una vera rappresentatività femminile in politica viene strozzata nelle gole a suon di spalle voltate, e di dimostrazioni di forza. Ma la forza si manifesta in varie forme. Non è illudendoci che si cambiano i venti, ma neppure mollando la presa. E allora saremo ovunque ci sia spazio per lottare con le munizioni che la giustizia ci offre. Come a Milano Indosseremo ancora le magliette pro www.ComitatoperWandaMontanelli.com e sventoleremo striscioni, volantini, e cartelloni in tutti gli angoli e in tutte le occasioni dove ci verrà concesso. E parleremo, alla gente che cammina per la strada, nei mercati, nelle boutique. Chiederemo a tutti quello che incontreremo, di salire con noi sul cavallo di Wanda. Perché è un cavallo vincente. Ricordandoci che, non potrà mai esistere da nessuna parte altra speranza diversa da quella di un futuro – prossimo – diverso da quanto sancisce la più alta fonte di regolamentazione della giustizia nel nostro Paese. Non chiacchiere. Ma fatti. Milano. Città frenetica, città incupita in un clima denso di un timido inizio d’estate, tra giacche e cravatte sventolate di uomini d’affari affannati in una corsa in bicicletta, in pieno centro, e donne armate da tacchi lunghi e emancipazioni ancora troppo emaciate. Il tribunale. Ricordiamo: COSTITUZIONE ITALIANA. Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Unitevi a noi. Comitato per Wanda Montanelli

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