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SCUOLA TELEVISIVA DI VIOLENZA E METODOLOGIA DEL DISPREZZO

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Come nella sindrome del maiale selvatico dei gururumba gli impulsi distruttivi giustificano la brutalità percepita come l’essere ‘posseduti’ da forze esterne

Il tabù è un luogo inavvicinabile, un divieto sacrale che ci tiene al di fuori da un territorio segreto. Trovarsi a giusta distanza da zone buie dell’esistenza può essere salutare. Si è voluto però rompere il divieto per permettere agli umani di entrare dovunque anche nei peggiori sogni di brutalità e mai concepita virulenza contro i propri simili a livello cosciente. L’immagine rivelata attraverso il mezzo più comune di divulgazione del sogno (cinema e tv) ha rotto il velo sotto al quale la infinita sequela delle possibili crudeltà umane restava sconosciuta. La scuola di violenza delle immagini mostrate agli uomini a partire dall’infanzia ha avuto ospitalità nei media di pronta fruizione, nel video che come un caminetto raccoglie intorno a sé il nucleo della famiglia, oppure il telespettatore single con patatine e sandwich per cena. E’ forse ripetitivo citare il saggio di Popper e Condry sulla cattiveria di quella maestra bugiarda e inaffidabile che appioppa ai bambini scene di violenza alternate a pubblicità di giocattoli, o improbabili animali canterini. Si conferma con l’assuefazione al ‘medium’ anche una fase di “abituazione” ad un paradigma composto da modalità di sopraffazione inevitabile quanto quotidiana, senza che si spieghino i motivi della violenza. Come nella morfologia della Fiaba di Vladimir Propp dove le storie da lui studiate presentano vicende diverse ma seguono uno schema narrativo sempre uguale; e non si capisce, se non per il pedissequo conformarsi allo schema, come mai ad esempio la matrigna e le pessime sorellastre infieriscono così tanto su Cenerentola. Altro, dalla fiaba scritta e narrata, è invece la esposizione televisiva dove un giorno è iniziata la scuola di violenza. Metodologia dei vari sistemi di uccisione dell’essere umano, uomo o donna che siano, seguendo anche qui schemi uguali ma sempre più sofisticati nell’espletamento del dettaglio sanguinolento. Scuola di alta macelleria sulle infinite modalità di profanazione del corpo allo scopo di mostrare la brutalità gratuita in sempre differenti circostanze di perpetrarla. E il corpo diventa povera cosa, meno che nulla, nelle mani dell’omicida che senza conati di vomito può fare a pezzi un altro essere come lui umano. Per chi è cresciuto con i telefilm di Rin Tin Tin , e i fumetti del Grande Blek e Donald Duck, il massimo della sopportabilità può essere Psycho di Hitchcock , ancora censurabile per la fase dell’accoltellamento. Se non si riesce a guardare oltre perché dotati di sano rispetto dell’integrità del corpo è giusto che sia così. L’area tabù deve esistere. Se l’inconscio ne eleva intenzionalmente i confini manifestando sentimenti di ripulsa, di paura, o di disgusto di fronte a immagini in cui si rompe non solo l’integrità del corpo, ma anche il sentimento di rispetto che ad ogni corpo è dovuto, siamo dentro le regole morali. Se invece si resta impassibili di fronte ad dolore e alla crudeltà c’è da farsi qualche domanda. E’ inquietante restare freddi come lo è provare piacere sadico. Ma andiamo più in là e domandiamoci che tipo di emozioni provano i protagonisti di cattiverie, atti di bullismo, o azioni che non hanno nemmeno la minima motivazione per essere stati compiuti. Che facevano alle quattro di mattina ancora per strada quei ragazzi che hanno bruciato un uomo di nazionalità indiana? Il vuoto delle loro esistenze senza capo e senza coda è come un contenitore mai riempito di principi. Li immagino abbandonati a se stessi davanti al video della tv o della playstation, con l’unico compito, in lunghe ore della loro giornata, di cercare di non annoiarsi. Senza doveri precisi e “consegne” per meritarsi pane companatico e accessori. Si annoiavano i ragazzi. “Non è razzismo – hanno tenuto a spiegare gli inquirenti – ma che significa? Vuol essere per caso una giustificazione? La salvezza nel vuoto a perdere? Assurdità nell’assurdità. Peccato che nessuno abbia insegnato loro sin dall’infanzia che il modo migliore per non annoiarsi è essere utili agli altri e a se stessi. Impegnarsi. Se il giorno dopo quei malvagi avessero avuto l’obbligo di recarsi a scuola o a lavorare sarebbero andati a letto alcune ore prima senza far danni in giro. Invece hanno usato un uomo come diversivo alla loro inutile vita. Senza principi, né ideologie, né educazione alcuna. Chi non crede nella sacralità della vita umana, più semplicemente dovrebbe concepire il senso di inviolabilità del corpo. Per un sana conoscenza della chimica dei corpi, o una minima cognizione scientifica su come è l’uomo, quante cellule diverse ha, il dna che lo compone, la meraviglia matematica dell’intelligenza che lo costruisce e muove. L’indiano fatto bruciare da questi alieni nostrani cresciuti a pane e nutella consumato mentre in video si esibivano apologie di stupri e trafitture di membra è una persona unica e irripetibile e mai nessuno, fosse anche l’uomo più potente del mondo, potrà rimediare al male che gli è stato fatto. Non è stato ben spiegato ai violenti che la vita non è un supporto digitale o un film di celluloide che possa essere riavvolto. Determinate cellule epiteliali, di una persona che si chiama Sing Navte ed ha un Dna, un colore, uno status e una storia, a meno che non si faccia un clone, “non sono ripetibili”. Un doppione, un clone poi non sarebbe altro che un involucro-fotocopia privo dello stesso senso compiuto. Nessuno ha insegnato loro che la vita è spietata e che il rovesciamento di marcia delle cattive azioni non si può fare come nei videogiochi. In questo hanno fallito le più importanti agenzie educative come scuola e famiglia. Di contro è dall’istruzione di violenza della tv generalista-generalizzante che fioriscono soggetti feroci quanto poco intelligenti nell’incapacità di mediare gli input ricevuti. Va riconosciuta a tali soggetti l’appartenenza ad un ruolo sociale che è uno schema comportamentale tipico, osservabile in un contesto di sottospecie umana così esaltata in filmati di infima qualità da restare nell’immaginario. Un modello da riprodurre. Come gli schemi della fiaba che non spiegano i motivi, ma giustificano la brutalità perché appresa e assimilata quali automi piuttosto che esseri dotati di discernimento. Scegliamo però: o ammettiamo di avere segatura nella testa o ci assumiamo la responsabilità delle nostre azioni. La sociologia trova sempre una causa scatenante e giustificante. L’analisi psicologica* spiega piuttosto come in questi casi “Il modello sociale che questi soggetti vogliono dare nella rappresentazione di sé autorizza condotte altrimenti inaccettabili e sfrutta il carattere passivo normalmente attribuito alle forti emozioni aggressive, al fine di sottrarsi alla responsabilità per l’azione compiuta”. L’individuo si ‘disappropria’ così dell’azione, e lo stato emozionale vissuto come un evento oggettivo e non soggettivo, cioè una cosa che non è prodotta dalla mente ma che ‘capita’, porta a commettere nefandezze. Si costituisce perciò un’attenuante che potremmo comparare a quella dei gururumba della Nuova Guinea e al forte impulso detto “sindrome del maiale selvatico” (ahaDe idzi Be) che induce a comportarsi come suini rabbiosi e aggirarsi furibondi aggredendo gli astanti, facendo man bassa di oggetti anche di poco valore e devastando i luoghi. A questo proposito si può rilevare come sia singolare l’ipotesi che possa costituire un’attenuante, nei casi di violenza, l’uso di sostanze psicotiche, droghe o alcool quando tale uso non sia preordinato alla commissione del reato. Poiché chi va in giro sotto l’effetto di sostanze stupefacenti ha in preventivo la possibilità di gesti incontrollati, questo dovrebbe costituire semmai un’aggravante. Perché un conto è ubriacarsi o drogarsi dentro le mura della propria abitazione, un conto è farlo per poi andare per strada a espletare esercizio di violenza. E’ evidente nel secondo caso il comportamento antisociale unito al disprezzo assoluto della vita altrui. Ho scritto di violenza in senso generale. Quella che tanto imperversa in questi tempi è la violenza contro le donne. Se ne parla, si fanno convegni, manifestazioni e incontri come quelle dell’Udi che con un numero elevatissimo di donne riunite in associazioni ha messo in cantiere un anno intero di percorsi ed eventi.. La “Staffetta delle donne contro la violenza” è visibile in questi siti: http://www.udinazionale.org/; http://www.onerpo.it/tutte-le-notizie/87-udi-onerpo-e-affi-insieme-l8-marzo-per-la-staffetta-contro-la-violenza.html . La legge contro lo stalking, i comportamenti talvolta prevedibili degli stalker sono tuttavia un capitolo da conoscere capire e indagare bene. Ad un prossimo appuntamento qui sul blog ne vedremo insieme gli aspetti critici e le soluzioni anche di altri Paesi. 5 febbraio 2009, Wanda Montanelli *M. Marraffa, Ian Hacking, P.L. Newman, P. Ekman

Epurazioni, parole al vento, nuove prese in giro

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“Quasi al traguardo il giro d’Italia in “rosa” che ha visto protagoniste le donne dell’Italia dei Valori che ha portato all’elezione delle responsabili territoriali del coordinamento donne. Un viaggio attraverso le regioni che ha la tappa conclusiva a Vasto, sabato 13 settembre, con l’elezione della coordinatrice nazionale”. (leggi il resto*) Lancio originario d’agenzia: FESTA IDV: MONTANELLI, TANTE EPURAZIONI E SISTEMAZIONE DI MOGLI DI PARLAMENTARI NELLA NUOVA CONSULTA DONNE Roma, 13 set – “Come da previsioni, attraverso un sistema di riorganizzazione del partito che ricorda tanto vicende in voga un tempo in Bulgaria, c’è stata una vera e propria epurazione delle originarie componenti la Consulta Donne Idv”. A dichiararlo è Wanda Montanelli, già coordinatrice nazionale delle donne del partito, sospesa dall’ex pm a seguito delle “legittime richieste di concreta e reale applicazione dei principi costituzionali dell’art. 51, 3, e 2” e ad un’interrogazione sui fondi assegnati alle donne dalla legge 157/99 art. 3, per la promozione attiva delle donne alla politica. Pur indicate in bilancio, le somme non risultavano alla Montanelli, né alle altre donne della Consulta, essere state impiegate. “Per tutta risposta alla mia legittima richiesta di fare luce sulla questione – lamenta Montanelli – Antonio Di Pietro ha realizzato una “Consulta Donne alternativa”, sotto il pieno controllo e gestione da parte degli uomini di potere del partito e definita – secondo quanto mi è stato esposto e documentato da chi vi ha preso parte – attraverso meccanismi di pressione e acquisizione di tessere sui nomi di chi dovesse essere eletta. L’esito dell’operazione è stato, di fatto, la scomparsa della Consulta Donne originaria, soppiantata da una Consulta composta da affiliate, parenti amiche segretarie di parlamentari, coordinatori regionali e provinciali del partito. In Toscana, ad esempio, sono risultate elette al primo posto la moglie dell’onorevole Fabio Evangelisti, e al secondo la consorte del coordinatore Fedeli. In Sardegna la moglie del coordinatore provinciale Lino Mura mai iscritta a Idv, presentata dall’amico parlamentare Palomba. Nel Lazio idem con le persone sponsorizzate dal senatore Pedica. Per non parlare della coordinatrice nazionale, sen. Patrizia Bugnano, moglie del coordinatore Idv del Piemonte, o dei ruoli assegnati alla moglie di Di Pietro e alla tesoriera del partito, nota amica di famiglia. Una gestione “intimista” e familiare di un partito che usufruisce di fondi pubblici per molte decine di milioni di euro non è concepibile. Non abbiamo lottato per decine di anni, sfiancate di fatica, e fatto due scioperi della fame per far sistemare le amiche degli amici degli uomini di partito. Questa è una vera indecenza – accusa la Montanelli che dopo un recente sciopero della fame interrotto in seguito a ricovero urgente e alla richiesta di sospensione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, si è rivolta al Tribunale di Milano per il riconoscimento del danno esistenziale – ho fiducia che a fronte di questo ulteriore aggravarsi della discriminazione femminile, tra l’altro perpetratasi anche con la chiusura repentina del sito internet delle Consulta donne, in barba all’art. 21 della Costituzione sul diritto di espressione e informazione, la magistratura possa renderci giustizia attraverso una sentenza esemplare che faccia scuola”. AGENZIA PUBBLICATA *ERA TUTTO PREVISTO il 15 luglio : scrivevo sulla “Teoria della Consulta ombra“: (…) si sta cercando di epurare la Consulta Donne esistente; per soppiantarla con persone che magari di recente appartenenza, o comunque non bene informate di come stanno i fatti, credono a vecchie parole e fresche chiacchiere. Dico loro che sono dieci anni che riceviamo le stesse promesse che oggi vengono reiterate al solo scopo di mettere una toppa sull’immensa voragine dei mancati diritti alle pari opportunità nell’Italia dei Valori. Le donne di questo partito sono ricche di volontà, capacità, talento, serietà, motivazione, passione civile. In cambio hanno ricevuto: offese, umiliazioni, desertificazione delle opportunità, emarginazione, allontanamento dai luoghi delle decisioni, divieto di esprimersi durante le pubbliche assemblee, collocazioni in posizioni di non eleggibilità nelle liste. Stenti, miseria e povertà di mezzi. Povertà di mezzi economici. Di questo si chiede conto. Con la certezza di avere ragione. Perché solo con la forza di prove documenti e testimoni si può affrontare una causa civile di tale portata, contro una gestione accentratrice, antidemocratica e privatistica di un partito. Si chiede conto di ogni azione fatta contro le donne e la democrazia paritaria. Anche di questa Consulta “B” , o “Consulta Ombra” che si tenta in fretta e furia di mettere in piedi. Sono uomini che la stanno facendo. Costruendo un luogo delle donne al posto di quello già esistente. Stendendo una passata di vernice bianca su affreschi di valore. Oggi: si contano (per adesso) n. 7 mogli (n. 2 in Toscana, n. 1 in Sardegna, n. 1 Piemonte, n. 2 ruoli nazionali); e salvo due regioni in cui ci sono donne già impegnate da antica data e un altro paio di casi gestiti con un minimo di democrazia, tutte le altre regioni sono divise equamente in propaggini (prolungamenti, diramazioni, longa manus) degli uomini di partito, cioè segretarie, amiche di famiglia, o del cuore, parenti, e annesse. Invito gli interessati a denunciarmi se quanto qui dichiarato non corrisponde al vero. I commenti del blog sono aperti ad altre notizie. Internet serve a questo: a dire la verità. Wanda Montanelli, 13 settembre 2008

FAZZOLETTI DI CARTA, TAXI E BAOBAB NELLA TEORIA DELLA CONSULTA OMBRA

Jean Léonard Touadi. Non lo conosco. Ha fama di essere bravo. Nel senso umano del termine. Si dice che Veltroni lo abbia imposto a Di Pietro. E il presidente dell’IDV all’ex assessore della giunta capitolina: “Prego, si accomodi. I nostri attivisti e dirigenti del Lazio saranno felici di farsi da parte per fare spazio a lei!” Anche quelli del nord d’Italia, aggiungerei io. Per carità! E i meridionali? Non vedono l’ora! Per questo sono nati, per preparare seggi elettorali a persone speciali; per servire, riverire e farsi da parte al momento buono. Esistono o no ruoli e caste? Ad ogni livello esistono, e c’è chi nasce per far star comodi gli altri come scopo di vita. Alcuni esseri “particolarmente predisposti al sacrificio” non aspettano che questo e finalmente un certo giorno arriva il tempo di realizzare il loro sogno. Dopo momenti in spasmodica attesa, riescono ogni tanto (certo bisogna attendere i tempi elettorali per avere queste adrenaliniche soddisfazioni) a offrire uno scranno in Parlamento in un piatto d’argento a qualcuno scelto da qualcun altro. Altrimenti che immolazione sacrificale sarebbe? Niente di personale. Tutto sommato, potrebbero anche apprezzare la scelta. Vede… monsieur Touadì, potrebbero essere affascinati da frasi del tipo “Il lussureggiante albero flamboyant testimonia meglio del baobab la vitalità del continente africano”. C’é infatti tutto un mondo che si apre davanti ai loro occhi nel leggere il suo curriculum: la mensa di Colle Oppio, i pomodori che raccoglieva a villa Literno. Come non avere simpatia per lei che si è plurilaureato nonostante tutto? Bravo docteur Touadi. Lei è per adesso l’ultimo della serie. Di quelli che poi se ne vanno. Ma non è colpa sua. Parlerei così anche a Pardi, a Giulietti, e a tutti gli altri bravi (nel senso umano del termine si capisce) se se ne andassero. Vanno spiegati alcuni semplici concetti. A loro ed a tutti coloro i quali sanno (si è sparsa la voce ormai) che qualsiasi cosa faccia uno nella vita, di bello, brutto, meraviglioso o poco interessante, è disponibile un luogo politico dove gente (strana in fondo) si impegna fino allo spasimo per costruire un partito-taxi per poi attendere proprio come scopo sociale che un certo giorno arrivi “il predestinato” che proprio perché prescelto dal destino, supera trecento persone in attesa e in fila, e con un semplice gesto del pollice alzato fa spalancare le porte del veicolo davanti a sé. I trecento restano lì. Giovani e forti. Restano forse un po’ storditi se non alquanto morti (dentro). Per loro quel veicolo era una specie di barca a vapore che alzava una bandiera tricolore. Per lui, il predestinato, è solo un taxi. Tutta qui la differenza. Non è poco. E’ la difformità che c’è tra chi ha ricamato cifre d’oro sulla tela dopo averla tessuta, e chi l’ha scarabocchiata e buttata via come un fazzoletto di carta, un kleenex appunto. “Usa e getta” . Si fa questo delle persone. No, non tra voi. Tra noi.. Chi è stato usato e gettato nel breve contratto tra Touadi e Di Pietro? Mah…nessuno dei due ha buttato via l’altro. Entrambi hanno avuto la loro convenienza, non c’è da preoccuparsene. Piuttosto… come stanno quelli della barca a vapore? Certo alcuni andranno via, altri resisteranno e ricominceranno a costruire un altro taxi per il prossimo prescelto o la prossima predestinata; perché è bene sapere che in infinitesimale “quota rosa” anche qualche eletta ogni tanto trova aperte le porte della batmobile, e si accomoda per il tempo necessario ad andare in Piazza Colonna,o in via della Dogana. Poi scende come hanno fatto Gasparrini e Rame. In situazioni rinunciatarie di soavi presenze chi incolpare? Stessa risposta. Come si fa a misurare chi ha avuto più vantaggi? Una mano lava l’altra. Non c’è da preoccuparsene. Piuttosto come stanno quelle della barca a vapore? Beh…erano trecento.. giovani e forti e sono… No, non si può dire così. E’ errato e non fa neanche rima. Porta male… Morte non sono, l’assonanza non tiene. Le Donne della barca a vapore hanno ancora la bandiera tricolore. Eh si. Loro ci credono al tricolore e alla Costituzione. Articoli 51. 3, 2, ed ora fortemente anche il 21 sul diritto all’Informazione e contro le censure. Ne sa qualcosa Beppe Giulietti. Ma non si pronuncia se si tratta di donne. L’argomento è di quelli che non interessa. Due siti censurati alle donne nel partito che lo ospita e lui “articolo 21, bla, bla, bla..” non spende una parola o un rigo. Che non sappia nulla? La sua mail è nel nostro indirizzario. Lo sanno tutti in Spagna, Canada, e America Latina. Mah…! Facciamo allora un po’ di auto-promozione. E’ un ottimo lavoro quello fatto nell’Italia dei Valori dalle donne eccellenti che l’hanno edificato come movimento-partito si dall’inizio. Chi dal 1997, chi dal ’98, chi qualche anno più tardi. Sono persone di qualità culturali, umane, professonali, talento politico, grinta. Meritano di avere giustizia. E si fa giustizia già divulgando notizie e descrivendo persone e fatti. Ad aprile 2008 (due mesi fa) ho scritto ad ADP un documento ufficiale (seguito da molti lanci d’agenzia) per chiedere che 7 magnifiche donne Idv fossero candidate in testa di lista. Il Tonino nazionale se ne è guardato bene. Ed era l’ennesima volta che negava i diritti di cittadinanza alle donne (art. 3 art. 51 e modifiche). La eletta del Molise fino a 15 giorni prima era nella Margherita. Anche con lei, niente di personale. E’ solo una precisazione. Trasparenza e precisione sono elementi di forza per me. Ne è seguito il mio secondo sciopero della fame. La divulgazione a mezzo stampa in tante parti d’Europa e del mondo. Le lettere del Presidente Napolitano, la causa in Tribunale a Milano per chiedere conto di tante cose. Ci sono circa cento pagine nell’atto presentato al giudice a Milano, con 170 testimoni e nove fascicoli di documenti, tra cui le tessere di iscrizione al partito, che qualcuno falsamente manda a dire in giro che io non ho. Tutte balle. Secondo questi bugiardi io non sarei quella che sono, e probabilmente non sono mai esistita. Forse sperano e si augurano che io un giorno o l’altro possa sparire come neve al sole. Così come il 21 maggio di quest’anno (2008) hanno fatto sparire dal portale nazionale il sito della Consulta Donne. Chi sono io dunque? una specie di maga che come una novella Houdini ha incantato tutti con una forma di ipnosi collettiva facendo persino credere di essere la responsabile della Consulta nazionale Donne, e del Dipartimento Pari Opportunità Idv? Dicendo in giro di avere due siti nazionali con 51mila ingressi e 60 persone impegnate a lavorarvi. Che cosa ho potuto inventare dunque? Di aver ideato e sostenuto due uffici stampa come responsabile della comunicazione; di aver ideato e gestito anche due siti regionali; di aver organizzato la prima festa nazionale dei Valori, il primo circolo Idv per l’Ulivo, la prima Associazione di base territoriale ad Ostia, la prima associazione tematica in Roma. La prima rete di donne a partire dal 1998, raggiunta in camper regione per regione? Che altro ho inventato con la mia fantasia malata? Ah, sì di avere incarichi scritti del Presidente del Partito e promesse di un futuro ricco di…Pari Opportunità!. In questa sortilegio politico-mediatico-istituzionale avrei incantato tanti anche presenti in alti ruoli istituzionali: dai presidenti delle Camere, ai Segretari di partiti politici (compresi i due che nel 2006 mi offrirono un seggio in Parlamento che io educatamente rifiutai per restare a lottare dall’interno). Dal Presidente del Consiglio, al Presidente della Repubblica, dalle donne e gli uomini iscritti all’Idv ai dirigenti di altri partiti, dai giornalisti di agenzie e quotidiani alle referenti di associazioni e istituzioni. Tutta queste gente avrei affatturato? Sarei un fenomeno unico nella storia. Se loro non fossero dei bugiardi. La verità è che dopo le strenue lotte che la componente femminile del partito ha fatto per ottenere i diritti che sono alla base della democrazia, si sta cercando di epurare la Consulta Donne esistente; per cercare di soppiantarla con persone che magari di recente appartenenza, o comunque non bene informate di come stanno i fatti, credono a vecchie parole e fresche chiacchiere. Dico loro che sono dieci anni che riceviamo le stesse promesse che oggi vengono reiterate al solo scopo di mettere una toppa sull’immensa voragine dei mancati diritti alle pari opportunità nell’Italia dei Valori. Le donne di questo partito sono ricche di volontà, capacità, talento, serietà, motivazione, passione civile. In cambio hanno ricevuto: offese, umiliazioni, desertificazione delle opportunità, emarginazione, allontanamento dai luoghi delle decisioni, divieto di esprimersi durante le pubbliche assemblee, collocazioni in posizioni di non eleggibilità nelle liste. Stenti, miseria e povertà di mezzi. Povertà di mezzi economici Di questo si chiede conto. Con la certezza di avere ragione. Perché solo con la forza di prove documenti e testimoni si può affrontare una causa civile di tale portata, contro una gestione accentratrice, antidemocratica e privatistica di un partito. Si chiede conto di ogni azione fatta contro le donne e la democrazia paritaria. Anche di questa Consulta “B” , o “Consulta Ombra” che si tenta in fretta e furia di mettere in piedi. Sono uomini che la stanno facendo. Costruendo un luogo delle donne al posto di quello già esistente O almeno ci provano a fare una zona rosa in quota celeste. La consulta Ombra appunto. Perché quella vera si vuole cancellarla. Direi per fare una facile battuta che non essendo riuscito Di Pietro ad essere nel Governo ombra, sta provando a fare la Consulta ombra. Ci sarebbe da sorridere se tutto questo non fosse indecente. Ci sarebbe da piangere se fosse così facile liberarsi di persone, documenti, fatti e storia. C’è invece da essere fiduciosi nella giusta causa che ci muove. Nell’intelligenza delle donne e nel decoro morale che le sorregge e contraddistingue. Credo che nessuna si presterà ad essere strumento di uomini in mala fede. Sono certa che nessuna donna e nessun uomo dei valori si renderanno complici di vestire un re ormai nudo. Leggete Google digitando Wanda Montanelli. C’è molto da capire ancora, e poi decidere chi aiutare se voi stesse o i prepotenti in “quota celeste” al 90% di tutti i posti in cui si decide. Quelli che vi stanno chiamando a copertura delle loro malefatte. 15 luglio 2008 Wanda Montanelli

UN CAVALLO DI TROIA DENTRO CUI ALBERGARE

. Una truppa. Una sorta di plotone di pace, armato di civili proteste, diritti disattesi, e articoli costituzionali sospesi tra la solennità della Carta e la penuria di concretezza giuridica con cui vengono applicati. Ecco chi siamo. Informati, preparati, per niente al mondo avvezzi al concetto della sottomissione. Qualsiasi potere può essere sfidato, se è esercitato nella iniquità, nella ingiustizia. E’ questo che Wanda Montanelli ci ha insegnato in tutto questo tempo in cui – chi più, chi meno – l’abbiamo seguita e sostenuta. Lei, come una contemporanea Ulisse in elegante tailleur e un bel taglio biondo e vaporoso, ci ha indicato la via più complessa (ma in qualche modo l’unica) per ritornare a una Itaca/Italia che ci assomigli un po’ di più. Lei, come il grande omerico eroe, ha saputo tirare fuori dal cilindro del proprio lungimirante ingegno una soluzione definitiva ad una guerra di Troia non ancora in realtà troppo pubblicizzata: un cavallo, dentro cui albergare pieni di speranza e aspettative. Una causa civile. Presso il tribunale di Milano. Contro Antonio Di Pietro. Prima udienza 11 giugno 2008. Niente di meglio (o di peggio, a seconda dei punti di vista) per poter battagliare colui che con ferrea risolutezza, ha tralasciato i valori sulle cui solide fondamenta ha tuttavia costruito il proprio destino e le proprie fortune politiche. Un cavallo di giustizia, che è poi il cavallo di battaglia per tutti quelli che credono ad una “Italia dei Valori” che di questa definizione non ne detenga solo l’epiteto. Un cavallo, dentro cui Wanda, e noi – striscioni e cartelloni alla mano, inneggianti alla giustizia, alla equità tra i sessi, alla parità tra i generi e richiamando ad una più naturale democraticità di un sistema politico/istituzionale ancora troppo distante dalle formali trascrizioni costituzionali – non ci siamo nascosti. Alla luce del sole, siamo qui a chiedere, a pretendere. A esigere che giustizia sia fatta. Uno schiaffo alla omertà, ai pusillanimi giochi di potere, ai poltronismi beceri, ai nepotismi, e alla indifferenza con cui l’esigenza di una vera rappresentatività femminile in politica viene strozzata nelle gole a suon di spalle voltate, e di dimostrazioni di forza. Ma la forza si manifesta in varie forme. Non è illudendoci che si cambiano i venti, ma neppure mollando la presa. E allora saremo ovunque ci sia spazio per lottare con le munizioni che la giustizia ci offre. Come a Milano Indosseremo ancora le magliette pro www.ComitatoperWandaMontanelli.com e sventoleremo striscioni, volantini, e cartelloni in tutti gli angoli e in tutte le occasioni dove ci verrà concesso. E parleremo, alla gente che cammina per la strada, nei mercati, nelle boutique. Chiederemo a tutti quello che incontreremo, di salire con noi sul cavallo di Wanda. Perché è un cavallo vincente. Ricordandoci che, non potrà mai esistere da nessuna parte altra speranza diversa da quella di un futuro – prossimo – diverso da quanto sancisce la più alta fonte di regolamentazione della giustizia nel nostro Paese. Non chiacchiere. Ma fatti. Milano. Città frenetica, città incupita in un clima denso di un timido inizio d’estate, tra giacche e cravatte sventolate di uomini d’affari affannati in una corsa in bicicletta, in pieno centro, e donne armate da tacchi lunghi e emancipazioni ancora troppo emaciate. Il tribunale. Ricordiamo: COSTITUZIONE ITALIANA. Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Unitevi a noi. Comitato per Wanda Montanelli

L’EQUIVOCO DELLE QUOTE

Non ci posso far niente, mi si rizzano i capelli sulla testa a sentir parlare di quote. Non che ci sia nulla di scandaloso. Alcuni le considerano il male minore, nel senso di “meglio le quote che nulla” e pensano che siano un mezzo per aiutare le donne ad entrare nelle stanze dei bottoni. Mi viene da sorridere pensando a questa frase, perché già dieci anni fa un nostro anziano associato del circolo di Ostia-Casalpalocco, il signor Catello, venendo a trovarmi in sede nazionale in via del Corso mi diceva con compiacimento: “Ho piacere, che lei dottoressa è arrivata nella stanza dei bottoni”. Invece i bottoni non solo non li ho mai maneggiati, ma nemmeno li mai li ho visti. Lui pensava di sì, per il fatto che li convocavo in centro per parlare anche di questioni del circolo, e così conciliavo l’utile con il dilettevole, e mandavo avanti la rete di donne nazionale e i comunicati stampa. Leggo tra i commenti di oggi qui sul blog che Hillary Clinton non ce l’ha fatta e che se non ci è riuscita lei in America, da noi è desolante pensare che dovremo aspettare intorno a centocinquanta anni per avere la parità. Non lo so. Vedremo se è vero che per così lungo tempo non sapremo prenderci quello che ci spetta. In effetti io stessa non ho preso, non ho chiesto, non ho preteso.. Davo tutto per scontato. Poi mi sono accorta che nulla è scontato, neanche i diritti costituzionalmente garantiti, e allora è iniziato il mio disagio, soprattutto per il fatto che i conti non mi tornavano perché se il mio compito era quello di promuovere le pari opportunità che cosa mi stavano facendo fare? Sono un lavoro di vetrina? Solo chiacchiere e distintivo? Il cinema, con le citazioni, mi torna in mente nei momenti seri per sdrammatizzare. Talvolta con persone a me vicine evitiamo interi discorsi e trasmettiamo i nostri pensieri per battute e titoli di film e commedie. Gli esami non finiscono mai per esempio è la citazione eduardiana che contraddistingue noi donne in politica, altro che quote. Sempre verifiche nuove, e rimetterci in gioco, e sostenere prove su prove, a dare il meglio di noi stesse. Poi vederci sorpassare da chi sta nelle quote. Quali? Le reiterate, inamovibili, durature “Quote celesti”. Non è forse vero che esistono quote di potere, sedie nelle stanze dei bottoni, poltrone di comando, e luoghi delle decisioni di immutabile colore celeste ? Sì celeste. Quote celesti in Parlamento, al Governo, nelle Commissioni, nei Consigli di Amministrazione, nelle direzioni generali di Enti, e dappertutto. Quote di colore celeste. E allora perché dovremmo noi avere la balzana idea di chiedere quote rosa? Per confermare le quote celesti? No, no! Le quote mi fanno venire i capelli dritti. Quelle rosa poi perché? Per dare ai “quotati” celesti l’alibi di usare le quote rosa per sistemare donne di loro scelta? Non sarà troppo? Il 70-80% sono quote celesti, il restante diventa “quotarosa-in-quotaceleste“. E le persone che camminano con le proprie gambe e ragionano con la propria testa di che colore sono? Davvero. Scusate se mi irrito, ma è più forte di me. Vorrei sentire solo frasi del tipo: Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza…Tutti.. hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione… Sono frasi semplici della nostra Costituzione. Significano che a parità di merito, donne o uomini che siano, devono potersi fare avanti senza trovare ostacoli al loro progresso. Chiaro no? I colori non c’entrano. C’entrano l’onestà e la correttezza contrapposte all’ingordigia e alla prepotenza. Per questo ho dato inizio ad una causa. E mercoledì vi invito a Milano. Senza colori. Donne e uomini con l’onestà intellettuale di ritenersi pari davanti alla legge e a Dio. Wanda Montanelli