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E VOI BALLATE…

Il mondo va a picco come il Titanic, ma gli storditi dal benessere si illudono davvero che esistano le caste protette ad oltranza Il profumo dei soldi ottenebra anche le menti più acute e all’interno dell’area di sperpero di beni e servizi utilizzati nella vita agiata non si pensa al mondo che c’è là fuori. Mi viene in ricordo il Titanic e tutti i ricconi che mai avrebbero immaginato che l’isola viaggiante derivata dal super progetto di William Pirrie e Thomas Andrews avesse potuto inabissarsi. Il Titanic era considerata una nave assolutamente sicura, al punto che fu detto che “neppure Dio avrebbe potuto affondarla”… Aveva una stazza di 46.328 tonnellate e poteva trasportare 3537 persone. A bordo il lusso era la parola d’ordine, gli alloggi sfarzosi dotati di soggiorno con sala di lettura, palestra; e per il tempo libero piscina coperta, bagno turco, campo di squash. Adesso, in questo ottuso ignorare le tempeste che agitano i mari su cui poggia l’ordine mondiale, che fanno i ricchi? Come sul Titanic continuano a ballare, pensando erroneamente che loro non saranno travolti dai flutti dell’oceano di povertà e sofferenza in cui sta annegando tanta gente. Uso l’aggettivo “ricchi”, perché finalmente si può tornare a parlare di ceti sociali senza timore di apparire ancorati al passato, al tempo in cui esistevano i poveri che si distinguevano in maniera chiara ed evidente dai ricchi. Pensavamo ormai superato quel tempo per dei passaggi che hanno portato via via all’uniformazione epidermica, puramente ingannevole nella sostanza, dato che la conquista paritaria di benessere sociale mai si è completata. Dal dopoguerra in poi in Europa si era cambiato modo di vestire e talvolta di vivere. In Francia gli operai avevano iniziato ad andare in giro con la chemise Lacoste mentre in Italia avveniva quell’omologazione dovuta all’avvento della cultura di massa spiegata da un interessante punto di vista di Pier Paolo Pasolini alla fine degli anni ’60. Secondo Pasolini il livellamento culturale riguardava tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari. Il contesto sociale si uniformava attraverso lo strumento televisivo, visto che il Potere voleva (come vuole) che si parli e si agisca in un dato modo. Non c’è parola che un operaio pronunzi in un intervento – scriveva Pasolini – che non sia “voluta” dall’alto. Ciò che resta originario nell’operaio è ciò che non è verbale: per esempio la sua fisicità, la sua voce, il suo corpo; pertanto unificare i linguaggi alla media televisiva significa controllarli all’interno di un unico mondo-lingua, fatto di espressioni e slang comuni modellanti una nuova coscienza di classe “televisiva”, una super-classe che abbatte le classi tradizionali in un superamento delle differenze, tuttavia fittizio e virtuale. Se un tempo l’operaio vestiva con la tuta e si esprimeva con un suo linguaggio, oggi che questa differenza si è persa risulta perdente anche la forza di classe. Per i salariati il vestito conformante è una conquista falsa e mai come in questo caso si può dire che “l’abito non fa il monaco”, perché il tutto è dovuto al medium di massa incontenibile e tracotante, che forgia, omogeneizza, appiana le differenze sia linguistiche che comportamentali, sia intellettuali che di classe. Secondo Pasolini non c’è niente di più feroce della banalissima televisione La mediazione che diventa un Tutto e tutto canalizza in direttive comportamentali che si innestano nell’uomo mutandolo e ammansendolo. La distinzione tra ricchi e poveri, non è qui indicata per incoraggiare un’avversione di classe ma per capire. Secondo il rapporto Eurispes 2009 gli italiani che possono contare su un capitale superiore ad un milione passano nel giro di tre anni a un incremento del 98%, e nel 2010 saranno 712 i paperoni storditi dall’opulenza e come sul Titanic frastornati al suono dei violini. Da noi come altrove le categorie dei marpioni a qualunque titolo e ruolo in quanto referenti dell’attuale disordine mondiale vivono la distrazione musicale e ballando ignorano gli richiami all’ordine. Parimenti sull’inaffondabile transatlantico fin troppi furono i messaggi ignorati. Era, ricordiamo, il 14 aprile 1912, e alle 13.30 la nave a vapore Baltic avvisò il capitano del Titanic che a 400Km di distanza dalla loro rotta era presente del ghiaccio. Il messaggio fu preso sottogamba. Alle 13.45 arrivò un secondo comunicato da parte del batiscafo Amerika, ma non giunse mai al ponte di comando. Un terzo avvertimento da parte del Californian che sostava bloccato tra i ghiacci segnalava la presenza di grossi pezzi di ghiaccio nella rotta del Titanic, però l’operatore radio del Californian fu zittito perché in quel momento il marconista del Titanic, stava inviando i messaggi personali dei passeggeri. Alle 23.40 le vedette avvistarono un iceberg praticamente davanti alla nave e il resto lo sapete. Qui mi viene in mente l’arguto aneddoto che raccontava Nino Manfredi sul canotto inviato tre volte dal santo protettore al suo protetto che era così convinto di essere unto dal Signore da pretendere di passare al guado le acque alte di un torrente. Tanto erroneamente convinto da soccombere e poi deplorare il mancato soccorso una volta giunto in Paradiso. I tre canotti in aiuto non erano stati presi in considerazione, né era stata avvertita l’imminenza del pericolo. Forse la sopravvalutazione di sé implica anche il diritto di scelta del come salvarsi? Non è così, occorre stare attenti anche quando i problemi sono fuori dall’immediata circostanza, ed è curioso constatare, tornando al Titanic, come “i messaggi personali dei passeggeri” contavano più di ogni altra cosa. L’errore di poter credere di aver acquistato con i soldi l’incolumità, e quindi l’intangibilità del proprio benessere dalle incidenze esterne, in quel caso l’iceberg, è stato fatale.. Ma noi abbiamo ancora qualche speranza. Wanda Montanelli ( to be continued…)

Differentemente SOCIALE

Nonostante le caste anche musicali, c’è un piccolo segnale di cambiamento nel festival di Sanremo 2009 e altrove Signorina grandi firme a imitazione della moda anni 30 ma in contrasto con l’aria di imbarazzo, gli occhiali e labbra rosse come due papaveri incollati sul viso. Arisa ha vinto e ci siamo accorti che sarebbe successo quando nello straordinario duetto con Lelio Luttazzi il maestro ottantaseienne, in un’irresistibile alchimia di ritmo e sonorità swing, l’aveva accompagnata la sera prima al pianoforte, divertendosi e moltiplicando il nostro divertimento. Tra la politica in disamina di sé, il Pd che ripara il colpo degli ultimi risultati elettorali, gli accordi in itinere dei partiti extraparlamentari per trovare una piattaforma comune per le europee. Tra le notizie sulla violenza e le annunciate prese di posizione dei sindacati in quest’Italia in crisi, che non fa torto al resto del modo, osservare il Festival di Sanremo può essere un sano esercizio per misurare il grado di maturazione della nostra democrazia; in un particolare aspetto, forse anche futile, ma che è lo specchio di come ci si muove negli ambiti del guadagno e del prestigio per trovare sentieri liberi e percorribili o riscontrare consuete chiusure come avviene in circuiti più diversi. Come quelli politici, delle professioni, delle istituzioni, e dovunque esistano mira di conquiste appetibili ai giovani. Vediamo alla lente di ingrandimento una tra le protagoniste delle nuove proposte cercando di capire perché una impacciata ragazza ha vinto il festival di Sanremo, e osservandola schiudiamo uno spaccato sociale forse degno di attenzione. Vestita di nero, con la spallina calata giù, i capelli corti, gli abiti come le ‘signorine’ di Boccassile nelle Grandi firme pubblicate da Pitigrilli, in uno stile anni 30-40 già riproposto dal trio ‘sorelle Pappini’, nato nel 2004 con icona identica nell’abito scuro e il trucco acceso. Arisa, nome ben scelto al posto dell’originale Rosalba Pippa è timida senza infingimenti, e Paolo Bonolis ne ha esasperato la delizia comica osservandola come specie rara da proteggere, tra il sornione e il tenero-protettivo; convalidandone, in aggiunta al dixieland degli accordi musicali, il successo. Bisogna anche dire che la canzone “Serenità” è incantevole, e con la direzione d’orchestra di Federica Fornabaio ci ha concesso di poter intonare un ritornello tutti, vincitori e vinti, nell’esibizione finale e commossa di Arisa. Le note positive di questo Sanremo 2009 sono presto dette, nonostante la bufala iniziale di Mina che si è solo intravista in un video sapientemente costruito che accompagnava il suo lancio discografico. Non ci siamo rimasti troppo male perché lo sapevamo e adesso, fingendo di crederci, siamo pronti a firmare di aver visto Mina a Sanremo, per essere volenterosi e premianti nello sforzo costruttivo del direttore artistico che una volta tanto dopo decenni non ci ha annoiato. Il disincanto, la vena comica dissacratoria, l’assenza di formalità del conduttore hanno aiutato la gradevolezza così come il senso del ritmo e dei tempi dello spettacolo. Superato anche il fatto che non ci ricordiamo nessuna delle canzoni in gara, o quasi, tranne personalmente quella già citata di Arisa e la sofisticata e intelligente “Il bosco delle Fragole” di Tricarico, eliminata come sempre avviene per le migliori, il cui refrain irresistibile tornerà ad allietarci riconquistando i refrattari della prima ora, è chiaro il successo nelle cifre d’ascolto. Allora che cos’è il filo che ci ha tenuti collegati a Raiuno se non il segnale di un piccolo cambiamento del rendere parzialmente accessibile ciò che un tempo era un luogo solo aperto alle discografiche con mezzi di ingresso che ben conosciamo in termini di tariffe e/o scambi in partecipazioni di artisti: un giovane sconosciuto in cambio di un big, così ci si accordava. Oppure con una vera e propria tangente di entrata, un’altra di percorrenza, e il botto conclusivo per chi voleva investire nella vittoria finale. Sì anche questa volta la presenza di Maria De Filippi ha di certo dato un valore all’esibizione del vincitore Marco Carta che dalla sua scuola di cantanti televisivi proviene. Ma non è la stessa cosa. E’una sponsorizzazione lecita. Lo hanno votato in tanti non diciamo di no, e il terreno di coltura in cui in questi anni sono cresciuti i ragazzi che quel programma seguono, ha prodotto semini che si traducono in milioni di messaggi SMS di voto. Niente di male è una forma di scelta popolare anche questa. Tuttavia il piano della ricchezza dell’offerta formativa dovrebbe prevedere un’alternativa al programma della De Filippi, qualcosa di culturalmente diverso per i giovani, anche più arduo, ma impostato su altre basi oltre all’esercizio della vocalità e del comportamento estetico. Mario Luzzatto Fegiz su Corsera ha definito la canzone vincente il trionfo della banalità. Ma chi in questo mare naviga questi pesci piglia. L’assuefazione al gusto elevato deve avvenire con il mezzo di usufruizione più comune che è la tv, oltre alla scuola e alla famiglia che sono le altre agenzie preposte a trasmettere principi e sapere. Se invece ogni giorno si trasmettono fiere delle banalità, ecco che il bisogno di entusiasmarsi dell’audience si indirizza alla semplicicità mediocre che è qualcosa di diverso dalla semplicità raffinata e suggestiva. Tuttavia Amici è un modo legittimo di aprire nuovi percorsi, come SanremoLab, il concorso promosso dal Comune di Sanremo da cui proviene anche Arisa dopo aver frequentato il C.e.t , Centro Europeo di Toscolano (Umbria) di Mogol. SanremoWeb in aggiunta è una vera e propria innovazione con la prima edizione di concorso on line in cui Ania, una cantautrice napoletana presentando “Buongiorno gente” ha vinto l’accesso alla finale del sabato sera. Uno più uno più uno fanno tre. E’ qualcosa in confronto al nulla e alle forche caudine del vecchio sistema. Sappiamo di trucchi anche con i televoti, di apparati per acquistare i consensi musicali per chi ha somme da investire. Pazienza la perfezione non si trova così presto dopo anni di negoziazioni inenarrabili. Bonolis ha registrato suo malgrado delle eliminazioni non previste. Concediamo alla direzione artistica di aver reso più leggero, demitizzato con la vena comica il festival 2009; di aver avuto qualche buon intuito come la scelta del mentore ufficiale. Ma bastava fermarsi lì perché di padrini effettivi in aggiunta che poi hanno determinato la differenza se ne poteva fare a meno. Come molti sanno, numerosi degli artisti in gara nelle nuove proposte erano sponsorizzati da qualcuno di stretta appartenenza familiare o artistica: la figlia di Zucchero Fornaciari, la figlia di Canzian dei Pooh, la corista di Lucio Dalla, Sal Da Vinci spinto da Gigi D’Alessio autore del suo brano, e così via. Niente da dire su abilità vocali, studio e preparazione scenica, ma quanti oltre a quei dieci raccomandati hanno le stesse se non migliori capacità, e forse qualche originale creazione musicale, se non una vera e propria gavetta fatta calcando palcoscenici di terz’ordine magari andando nel tempo libero fare il barista per guadagnarsi la vita? Non mi si tacci di populismo, ma mi chiedo come sia possibili uscire dall’impianto irremovibile delle caste? Perché il figlio del fornaio non può fare il notaio e il figlio del notaio non fa il cameriere pagandosi gli studi per l’università? perché la gara, le gare, della vita non esistono per tutti con le medesime opportunità in partenza? Come si può credere di cambiare il mondo se poi sono sempre gli stessi ad occupare gli stessi posti? I medesimi, in ruoli istituzionali e i figli e i nipoti li ereditano. Nelle università si fanno concorsi ad usum delfini. Nei paesini piccoli o grandi si bandiscono concorsi dove il diploma previsto dal regolamento è l’unico che il figlio del sindaco possiede. Quando si rimescoleranno le carte? Dappertutto e soprattutto in politica? Se ritornando al mondo musicale possiamo rammentare che esisteva una scuola di cantautori genovese da cui un giorno emerse Luigi Tenco che pur grandissimo nella sua arte, non sopportò un sistema di appiattimento di scelte e sponsorizzazioni puramente commerciali. Aveva ragione. Non da uccidersi, ma aveva ragione se la canzone”Vedrai vedrai” riproposta ieri da Ornella Vanoni può da sola rappresentare la dignità d’esistenza del 59mo festival della canzone italiana. Luigi Tenco nel 1967, portava in gara “Ciao amore ciao”, che concluse nella tragedia la sua carriera d’autore. Oggi la scuola genovese, quella napoletana, quella del seminario romano di via Nomentana, sono finite. I talenti ci sono sempre però e dar loro una possibilità di sorgere alla luce del palcoscenico è un dovere di democrazia. Ma in ogni ambito, è un dovere democratico, non solo in quello dello spettacolo. Le opportunità spettano ad ognuno. Se una parola si può spendere in favore di qualcosa che si muove nel senso del cambiamento direi che anche Xfactor è una prima, seria e dura selezione di talenti. Con tutti i benefici dell’errore umano di scelta mi pare che Simona Ventura, Mara Maionchi, Marco Castaldi (Morgan ) facciano sue Raidue un rigoroso lavoro in cui per primi essi stessi credono. Per la prima volta si assiste ad una gara in diretta di provini che si possono superare perché si è bravi senza dover dare nulla in cambio, né soldi, né prestazioni sessuali, né concessioni di diritti Siae, né nulla. Evviva. Sono pochi, ma tangibili segni di mutamento. Ho repulsione per il sudiciume, ma credo doveroso intravedere un bambino vitale da non buttare via con l’acqua torbida.Un piccolo nascituro di informe volontà democratica lo vedo. Lo salverei. In attesa che altri nascano e crescano moltiplicandosi in nuove strade dei diritti alle pari opportunità. http://www.youtube.com/watch?v=2ppf4dmdDSA Wanda Montanelli 23 febbraio 2009

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